di Cristina Sant e Federica Giugno

– Una riflessione libera sul ruolo, le percezioni e le emozioni degli educatori durante il coronavirus –

Tutti noi siamo molto riconoscenti e grati per il meraviglioso lavoro che stanno svolgendo i nostri medici, gli operatori sociosanitari, la protezione civile, i cassieri dei supermercati, le forze dell’ordine e tutte le figure operanti durante questa emergenza del COVID-19.

È senza dubbio un periodo complesso e difficile su molti fronti. La crisi economica e lavorativa ha messo a rischio liberi professionisti e lavoratori dipendenti colpendo di conseguenza molte famiglie italiane.

All’interno di tutto questo marasma c’è una figura che si sta muovendo nell’ombra ma si trova pur sempre in prima linea, una figura che non è mai stata nominata ma che sta svolgendo un lavoro fondamentale: L’EDUCATORE PROFESSIONALE.

Questa figura un po’ misteriosa e spesso incompresa, il suo ruolo e i suoi compiti ancora non sono ben chiari a molte persone.

In questo particolare momento storico non voglio definire questa figura come un “super-eroe”. La sua è una missione che viene dal cuore, il più delle volte l’educatore non sceglie di esercitare questa professione ma è semplicemente il percorso naturale della sua esistenza.

L’educatore è quella figura professionale, sanitaria o pedagogica, che opera all’interno di strutture residenziali e diurne rivolte a persone diversamente abili, anziani e minori, lavora all’interno delle scuole, a casa delle famiglie, per le strade…

L’educatore promuove il sostegno e lo sviluppo del benessere psico-fisico della persona fragile, progetta e attua interventi per garantire un’alta qualità di vita della persona tenendo ben presente tutte le caratteristiche di ogni singolo individuo.

Con l’arrivo del COVID-19, l’educatore che opera all’interno delle strutture sta passando un periodo di “messa alla prova”.

Di punto in bianco sono state chiuse le porte dei centri residenziali, nessun signore/a può uscire e nessuno può entrare. Inizia così un duro percorso per gli ospiti delle strutture, ma anche per tutte quelle famiglie che si ritrovano private di andare a far visita al loro caro.

L’educatore deve far fronte a due aspetti:

1. spiegare all’ospite la motivazione per cui non può più uscire né ricevere visite dalla sua famiglia (aspetto non sempre compreso se ci troviamo di fronte a una persona con limitazioni).

2. fare forza e coraggio a tutte quelle madri, sorelle, zie, ai padri, cognate e cognati che telefonano piangendo perché non possono abbracciare il loro caro. E credetemi…questo spezza il cuore.

Queste famiglie fanno il possibile per poter stare vicino al loro parente attraverso una videochiamata, a dei regali inviati tramite il corriere, delle lettere scritte, delle mail ricevute. Si sente così nell’aria un amore ancora più forte di prima e questo viene ben percepito dai nostri ospiti!

In ogni struttura sono state adibite delle stanze di isolamento nel caso in cui il virus arrivasse a colpire gli ospiti.

Ecco qui che inizia la trasformazione dell’educatore: guanti, mascherina (DPI già in uso), tute verdi o bianche, caschi con visiera, occhiali protettivi, cuffia e copriscarpe. Adesso assomigliano più a degli astronauti che a degli educatori.

Immaginate voi la paura che hanno creato negli ospiti nel vederli così “conciati” e senza che tutti capissero pienamente il motivo.

Anche l’educatore che si reca dalle famiglie si ritrova ad affrontare diverse difficoltà. L’intervento via webcam è molto complicato sia per gli educatori che per i genitori e i loro bambini.

La comunicazione va a perdersi perché i bambini, soprattutto i più piccoli, non capiscono pienamente la necessità di un intervento via Skype, fanno molta fatica e lo vedono come un dovere più che come un’attività rilassante e piacevole come è di consueto l’intervento educativo domiciliare.

I genitori si sentono abbandonati dal sistema, ora troppo impegnato ad affrontare temi più “urgenti”, ma l’educatore è sempre lì al loro fianco, anche se non è più in servizio, se non viene più retribuito, trova sempre un momento per telefonare alle sue amate famiglie per dar loro un po’ di conforto e supporto.

Queste figure professionali hanno asciugato tante lacrime reprimendo le loro per non trasmettere la loro paura, il loro dolore; devono essere forti per i ragazzi e le loro famiglie. Loro dicono “andrà tutto bene” e lo credono per davvero!

Noi educatori viviamo di abbracci infiniti, di tocchi, di carezze sul viso, di baci affettuosi. Questa è la nostra essenza.

Il contatto fisico è per noi fondamentale: prendere in braccio un bambino, dirigergli fisicamente la mano in modo che apprenda una nuova azione, accarezzare il viso di una persona allettata e vedere che ti sorride… queste sono solo alcune manifestazioni con cui noi operiamo.

Il decreto di mantenere le distanze sociali e la limitazione dei contatti fisici è stato un duro boccone da mandar giù.

Come far capire ai nostri ragazzi che non ci potevano più abbracciare al nostro arrivo? Abbiamo utilizzato metodi alternativi ma ovviamente non saranno mai la stessa cosa!

Il COVID-19 ci ha tolto tanto ma la cosa più bella è che anche se indossiamo la mascherina si vede che sorridiamo!

Educatori? Presenti.

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