12 Giugno 2020
di Federica

Mi chiamo Federica, sono un’infermiera pediatrica e lavoro dal 1986 nell’ospedale di Udine.

Nel 2006 dopo una lunga riflessione relativa al mio lavoro e a ciò che mi sarebbe piaciuto fare, ho deciso di  approfondire le mie competenze lavorative all’estero, desiderosa di vivere nuove esperienze che potessero arricchirmi professionalmente ed umanamente. La destinazione affidatami dall’ONG a cui mi rivolsi fu l’Afghanistan.

Per me rimaneva assolutamente indifferente la meta, qualsiasi luogo avrebbe arricchito il mio bagaglio di esperienza e di vita.

Nell’agosto del 2006 parto per la Valle del Panshjr situata a nord dell’Afghanistan, in una zona montuosa con altitudini di circa 2000 metri immersa in un clima continentale, con inverni rigidi e nevosi ed estate caldi. Ci rimarrò per sei mesi. In quel periodo il Paese viveva una calma apparente: i talebani erano momentaneamente bloccati, diminuivano gli attentati e nella capitale la vita trascorreva normalmente. Nel territorio erano ancora presenti alcune truppe americane, italiane ed inglesi. Lo staff con cui operavo si spostava sotto scorta non armata. In quel periodo si provvedeva allo sminamento di alcune parti della zona, tuttavia ogni giorno in ospedale giungevano feriti colpiti dallo scoppio delle mine antiuomo. Le vittime erano per lo più donne e bambini perché occupandosi del bestiame e quindi del pascolo si addentravano in aree ancora pericolose.

Io mi occupavo dei bambini ricoverati nella zona destinata al reparto pediatrico: offrivo assistenza ai neonati in sala parto, aiutavo le puerpere per l’allattamento al seno, ho collaborato ad alcuni interventi chirurgici sui bambini o in pronto soccorso generale in caso di necessità. Lo staff ospedaliero era composto da personale locale, coordinato da quello internazionale, che svolgeva corsi di aggiornamento teorici e della tecnica medico- infermieristica.

Per il gruppo internazionale non esisteva l’orario di lavoro, la nostra reperibilità era di 24 ore al giorno. Alcune giornate non si ritornava a casa prima di sera, arrivavano sempre delle chiamate notturne. Alle volte  potevamo concederci qualche ora di pausa che trascorrevamo assieme chiacchierando e giocando, ascoltando musica e condividendo attimi di vita quotidiana. Confrontando i mesi di permanenza presso l’ospedale del villaggio e comparandoli con gli anni di lavoro svolti nella mia carriera da infermiera, posso affermare che le patologie ostetriche, riscontrate in quel periodo, sono state oramai superate dalla medicina occidentale. Quest’ultima si affida a costanti controlli e a tecnologie all’avanguardia che accompagnano la gravidanza delle nostre madri.

Le patologie pediatriche più frequenti erano: la malaria (endemica in Afghanistan), la malnutrizione e denutrizione dovuta alla povertà della popolazione, le malattie respiratorie e gastrointestinali spesso con esito fatale, causate dalle condizioni igienico sanitarie scadenti.

Spesso l’operatività e la necessità di alcuni interventi d’urgenza, che riguardavano soprattutto le donne, andava a scontrarsi con la cultura islamica. Uno degli episodi che ricordo, fu quando un marito negava il permesso di un taglio cesareo urgente della moglie, in quanto il chirurgo operante era uomo.

Fu molto difficile persuaderlo. Solo di fronte alla morte certa della consorte e del figlio, riuscimmo ad ottenere il consenso all’intervento.

Lo staff internazionale alloggiava in una casa a circa un chilometro dall’ospedale. Ogni giorno e ogni notte venivamo accompagnati dalle nostre guardie locali che non erano armate, ma che in caso di pericolo avrebbero potuto scontrarsi con eventuali malintenzionati. Ognuno aveva una camera da letto e condividevamo gli altri spazi comuni. Cenavamo sempre assieme aspettando che anche gli ultimi colleghi rientrassero dal lavoro.

Cucinare e stare a tavola era l’attività che ci univa, spesso capitava di incontrarci per la cena insieme ai medici afghani che apprezzavano i nostri cibi. Organizzammo delle feste di compleanno, alla quale parteciparono anche gli operatori locali e al termine del ramadan furono loro ad invitarci nella mensa dell’ospedale per festeggiare assieme. A Natale ci fecero trovare degli addobbi in reparto costruiti con carta igienica, guanti gonfiati a palloncino e petali di fiori sui tavoli.

A distanza di anni ciò che rimane vivido in me è il ricordo di un’umanità pura che, seppur provata e martoriata nell’intimo dalla guerra, mantiene la sua dignità e il suo coraggio.

Mi è difficile non pensare a tutti quei bambini che ho assistito e non immaginare per loro un futuro diverso. Rifletto sull’idea di come avrebbe potuto essere la loro vita se solo fossero nati in un posto e in un tempo diverso.


La fortuna è una questione di geografia.

i miei sei mesi diversi

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