di Isotta Orlando

La scrittura creativa come strumento nella professione dell’educatore

L’ educatore professionale scrive, lo fa di mestiere, relazioni e diari di bordo, progetti e cartelle cliniche. Batte su una tastiera e tiene in mano una penna per un sacco di tempo, è uno degli strumenti che ha. Ma c’è una sfumatura di questo mezzo che sconfina dal nostro essere oggettivi e professionali che ci è utile però per comprendere la parola empatia, spesso abusata e ripetuta talmente spesso da perdere di significato. In università ne danno una definizione da imparare a memoria, “tatuatevela nel cervello” dicono, ma si fa davvero fatica a comprendere il suo significato nella pratica soprattutto quando le vite che incroci sono così distanti dalla tua.

Ed è qui che torna utile la scrittura, con una matita o sulle note del telefono l’educatore prende appunti su ciò che lo circonda. A volte seguire una traccia che diriga i nostri pensieri può essere fondamentale, piccoli esercizi di scrittura creativa possono fare chiarezza quando non riconosciamo chi abbiamo di fronte.

Una professoressa durante uno dei corsi in università ci ha consegnato ed insegnato come poter usare questo strumento per comprendere meglio chi abbiamo di fronte, costringendoci a metterci nei suoi panni.

Questo è un esempio di come si possa cercare di comprendere la persona, e non solo l’utente, che abbiamo di fronte.

Settembre ‘19

Mi presento sono Giovanni (nome di fantasia), sono stufo di vivere, non riesco a vedere un futuro di fronte a me, c’è solo nero, nulla da scoprire, nulla per cui valga la pena continuare, niente che mi incuriosisca.

A volte l’apatia si fa così angosciosa che mozza il respiro e mi trovo a fare chilometri come chiuso in gabbia, in questo posto di matti, e non capisco se sto diventando matto anche io, o se lo sempre stato e non capisco il mondo fuori, nulla di certo a cui appigliarsi.

E alllora perché non lasciarsi scivolare giù, perché non cercare di sentire qualcosa, il raschiare di un cucchiaino di plastica rotto sul mio avambraccio.

Mi sorvegliano sempre, sono il più braccato.

Vale forse la pena iscriversi a filosofia?

Oh e ho un libro da prestarti, hai mai letto Borgess?

Ma la scrittura creativa ci viene incontro anche in altri momenti, può diventare un modo per esprimere un’opinione che non riesce a trovare il proprio posto nei documenti ufficiali siano essi relazioni di tirocinio o rielaborazioni sulle proposte presentate al servizio. Siamo esseri pensanti, professionali nel nostro lavoro, ma abbiamo emozioni che dobbiamo gestire in modo impeccabile per evitare che influenzino il nostro lavoro, abbiamo idee e riflessioni che possono discostarsi da quelle dei colleghi e che non riusciamo ad esprimere nel nostro ambiente senza causare fratture.

La possibilità di avere sempre un quaderno, anche virtuale dove sfogarsi, dove esporsi, dove lasciare che la parte emozionale talvolta soffocata abbia una sua dimensione, ci è utile a non diventare apatici per paura di rivelare troppo.

Stavo scrivendo una relazione di tirocinio e nella correzione una professoressa mi fece notare che questa riflessione non era adatta ad un documento di quel tipo, la mia cocciutaggine però mi ha portata ad esplorare comunque l’argomento perché mi stava particolarmente a cuore.

Questo strumento mi ha dato la libertà di esprimerlo senza dovermi attenere ad un format specifico.

Maggio’18

Un problema esiste solo quando un’etichetta ti viene appiccicata addosso?

È diverso prendere consapevolezza di un problema quando a definirlo è un “altro, esterno alla mia vita, ai miei dolori e alle mie consapevolezze.

Un sig. Qualcuno, o un dott. Qualcuno che mette insieme sintomi e fa una diagnosi.

E io non sono più io, individuo, persona, cittadino ma divento solo la mia malattia, il mio problema. E più è precoce la diagnosi più è difficile descrivermi senza citare la mia malattia, è difficile crearmi, vedere un futuro, sapere chi sono davvero.

Niente di ciò che mi è successo, di io che provo o penso, di ciò che vivo o voglio mi descrive completamente.

Io non sono un alcolista

Non sono un drogato, non sono un malato

Non sono una vittima di violenza

Sono mille cose e se voglio domani mi ridisegno da capo

Anche in questo caso ho scritto in prima persona mettendomi nei panni di quelle che in un futuro potrebbero essere le mie future utenze, un processo che porta all’empatia e che da nuove prospettive di visuale su chi abbiamo di fronte. Queste parole mi sono d’aiuto ogni volta che cedo alle facili semplificazioni e cado nel processo di “etichettamento” con il quale noi professionisti della relazione ci proteggiamo dall’umanità a cui vorremmo dare aiuto.

(La data non è errata, ho sempre tenuto in mano una penna e cercato di usare le parole per mettere in ordine quello che portavo dentro, l’università ha legittimato questa mia tendenza).

La scrittura creativa non è solo uno sfogo, un mettere in luce le criticità del nostro lavoro ma è anche tempo per riflettere su noi stessi e su ciò che muove le nostre azioni, sulle motivazioni che ci spingono alla relazione con l’altro. Può aiutarci a definire il nostro personale concetto di cura.

Marzo ‘19

Sono i piccoli gesti, i mezzi sorrisi, o il pensiero che torna a chi inizia a conoscere quando incroci qualcosa che te lo ricorda.

Sono i post-it azzurri con i titoli di canzoni che non avrei mai ascoltato altrimenti ed invece ho speso del tempo per te, per poterne parlare, per trovare qualcosa in comune.

Sono tutte le cose che ti facevo notare, lo starti col fiato sul collo, senza fartene passare una, osservarti ed ascoltarci, farmi tutta orecchio anche quando stavi semplicemente leggendo l’oroscopo.

Sono i mezzi sorrisi da dietro “l’acquario” quando ancora mezzo assonnato aspettavi il tuo turno per fare gli esami.

Vedere le rughe sul tuo volto distendersi un po’incrociando il mio sguardo, la mia dose quotidiana di vitamina D e fumo passivo, il saper aspettare per cogliere un segno, uno spiraglio di porta che si apre.

Gentilezze gratuite non prive di senso e citazioni di Guè.

Un ritaglio di giornale attaccato con lo scotch.

Volere un futuro per te.

Spero, con questo articolo, di avervi fatto solleticare le dita e ispirato a prendere in mano un pezzo di carta e di mettere per iscritto qualcosa per voi stessi. Spero anche di avervi fatto sbirciare un po’ nel lato umano dell’educatore, nei suoi pensieri e nelle sue emozioni perché anche di questi è fatto il nostro lavoro.

Mi piace scrivere, ora lo faccio

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