Cronache di un centro estivo

29 agosto 2020 di Silvia Capello

Oggi voglio raccontarvi del centro estivo.

Perché mai avrei pensato di sedermi sul divano e scrivere di bimbi e di storie, di magie e di vite vissute pulendo nasi gocciolanti, ridendo e consolando  loro e i piccoli, grandi drammi.

 Per questo lo faccio, perché non l’avrei mai fatto prima.

Per rispetto delle loro piccole identità, assegnerò loro una lettera al posto del nome.

“A”.

“A” è un bambino davvero intelligente per la sua età; spicca accanto agli altri, si interessa di tutto e assorbe le nozioni come una spugna.

E’ un po’ timido a volte, ma una volta che abbattuto il muro della timidezza, si rivela un’anima davvero nobile, altruista e dolce.


Ha gli occhi tondi tondi scuri, che sorridono di dolcezza, miele puro.

Dice sempre cose buone e non fa mai male a nessuno. Sempre a difesa degli altri mostrando le sue buone ragioni,spiegando ai bambini cos’è giusto. Il tutto con una gran delicatezza; non si mette in mezzo, sta spesso in disparte e pensa tantissimo,si perde nei suoi pensieri e sparisce per un po’. Costruisce cose, disegna,scrive, legge ad alta voce.

E’ il bambino che ha pensato di far ridere gli altri mettendosi le mutande sopra i pantaloni, rimanendo così tutta la mattina, spiegando  agli altri come ha fatto,mostrando questa nuova moda.

E’ un leader autorevole che con i sorrisi e le carezze viene seguito fino in capo al mondo.

Noi lasciamo fare, perché loro si divertono, ridono, son proprio belli.  Non mi penserei mai di sgridare un bambino per aver messo le mutande sopra i pantaloni.

Beato divertimento, le risate sono il carburante della vita.

Lui è innamorato di “G” e le rivolge tutte le attenzioni del mondo. Chiede sempre di lei, le porta l’asciugamano, se ne prende cura come un dolce marito in vecchiaia. Lei ricambia con i suoi sorrisi e i silenzi infiniti.

“A” anche quando perde non si intristisce mai, non che sia un grande sportivo eh, fa il suo, gioca, ma se perde non porta rancore . E’ l’unico che ha la maturità di saper perdere divertendosi. Fa discorsi da adulto, a lui non devi parlare cercando di convincerlo di una cosa, perché è davvero sveglio e ti legge dentro. Vale la pena essere sinceri e accondiscendere a questa realtà che lui richiede. Detto fatto.

Ti rendi proprio conto che è un bambino come gli altri perché è  il dormiglione del gruppo: dopo pranzo sviene letteralmente in qualsiasi posto si trovi. Che sia la sedia a tavola, che sia l’asciugamano sul prato. Dopo pranzo si dorme. Punto.

Si avvicina al tavolo delle “maestre” , partecipa per due secondi e sviene.  Sta scomodo sulla sedia, allora di solito mi dorme in braccio, a peso morto, mortissimo. Dorme come un sasso, che posso portare in giro per tutto il giardino per poi adagiare sul prato, dove finalmente può rilassarsi del tutto e godersi il suo meritato riposo. Ovviamente veglio sempre su di lui, gli lascio il mio asciugamano che è più grande, così dorme comodo. Io sto seduta sul suo, dal quale mi escono mezze gambe. Ma va bene così, questo e altro per il riposo del mio topino.

Poi voglio parlare di “F”, che come tanti altri mi ha rapito il cuore.

F.

“F” è un bimbetto alto come un soldo di cacio e

con un sorriso che va da orecchio ad orecchio.

Porta gli occhiali e al momento gli mancano i due incisivi superiori ed uno inferiore. A detta sua è bruttissimo, ma io penso che sia come un personaggio dei cartoni animati, di una dolcezza unica, ed è bellissimo ai miei occhi.

“F” è una personcina proprio buffa, con una vocina che pare sia sempre fioco, specie quando fa gli acuti. Gli scivola la “s” a causa della finestra sul mondo che ha in bocca. Usa i plantari ai piedini e può indossare solo scarpe particolari; questo lo limita molto,perché spesso gli vengono  delle vesciche fastidiose e non può correre. E lui ama tantissimo correre!!

Al momento gli sto insegnando a fare la ruota e lui vorrebbe imparare ogni segreto del mondo! Vuole conoscere tutto, saper fare tutto e ci prova con una determinazione invidiabile.

E’ uno di quei bambini che non sopporta la frustrazione, che si avvilisce e si arrabbia quando sbaglia, va tutto in crisi, non ne esce. Per lui ogni errore è una catastrofe insormontabile,un ostacolo per la vita. Si mette le mani tra i capelli,impreca in calabrese, mette un broncio che gli arriva fino alle ginocchia, e gli occhi gli si riempiono piano piano di lacrimoni che gli bagnano il mento. Ma è un tipo che si lascia facilmente consolare, che ricerca un abbraccio o una carezza, che ama il contatto fisico in tutta la sua tenerezza ed innocenza. Ti guarda dal basso con quegli occhi di sole e allegria, si tira su il morale anche da solo, una volta che gli si fa vedere che il mondo, affrontato assieme fa meno paura;  si impegna nelle cose, mamma mia se si impegna! Ti chiama “ maestra”, ti dice che è riuscito a fare una cosa, che ha abbattuto il suo ostacolo ed è più forte di prima. Brilla tutto, non sta fermo, è elettricità, corre con la sua andatura buffa, mi viene a prendere la mano e la sua sparisce nella mia. Una manina un po’ appiccicosa, un po’ sporca , che racchiude il segreto della felicità del mondo in una stretta , un patto di fiducia non scritto. L’origine di tutto il bene.

“F”  è un bimbo che spesso si addormenta ascoltando le fiabe e l’altro giorno,rimasto assopito mentre gli altri bambini erano tornati a giocare, l’ho svegliato pian pianino per non fargli perdere il divertimento del pomeriggio. Si è destato  con la fatica di un eroe alla domenica mattina, non riusciva a tenere la testa su e mi ha teso le braccia al collo, con gli occhi ancora socchiusi.  Io, che mi sciolgo per queste cose, me lo sono preso in braccio stretto stretto, cullandolo in questo suo dormiveglia. Lui ha abbandonato la testolina sulla mia spalla, le braccia rilassate e si è appisolato.


In questa stretta così tiepida, piena di emozioni e profumo di cucciolo

mi sono resa conto che i bambini sono le persone migliori del mondo, che lui mi conosce da soli tre giorni e che mi ha affidato il suo sonno senza pensarci due volte. E mi domando come si possa fare del male ad una creatura così pura e genuina, ad un’anima che brilla in questo modo.  Perché agli occhi di un adulto può sembrare normale, ma non vorrei mai perdere di vista che noi li guardiamo, ci parliamo, a volte diamo loro per scontati, e comunque siamo e saremo il loro punto di riferimento, di fiducia. E loro sono bambini, nient’altro che meravigliosi bambini e noi dobbiamo prenderci cura di loro in quanto adulti e dar loro il nostro 100% sempre; è una nostra responsabilità far vedere che il mondo è bello, meraviglioso ed insegnare come viverci.

“F” mi ha rubato il cuore.

La comunicazione non violenta: parole come carezze non come pugni

17 novembre 2020 di Ilaria Pala

Premessa:

Generalmente, la comunicazione non violenta, si può definire come una forma comunicativa strategica, applicabile in contesti personali, sociali e lavorativi, utile a mediare e poi a risolvere conflitti in corso, utilizzando varie modalità non riconducibili alla violenza fisica e verbale, scegliendo di conseguenza la via della NON VIOLENZA, anche se, come vedremo più avanti, è molto di più di questo.

La non violenza, consiste nell’adottare un atteggiamento positivo che sostituisce gli atteggiamenti negativi che delle volte sovrastano noi stessi e la situazione.

Certe volte, quando ci si trova in situazioni che implicano dei conflitti, che sia in contesti lavorativi o personali, la tendenza è agire in modo egoistico, pensando dunque esclusivamente all’agire in funzione dei propri bisogni e necessità, credendo che questa sia la scelta migliore da fare, per sé stessi e per risolvere il conflitto.

Ora, provate a immaginare questa situazione: Siete un direttore/direttrice di un’orchestra sinfonica e dovete far sì che ogni strumento suoni le note giuste per creare la sinfonia. Cosa succederebbe se, ogni musicista seguisse il proprio volere e cambiasse le note, suonando quel che più lo aggrada? Esatto, la melodia sarebbe compromessa.

In situazione di conflitto dunque, è necessario smettere di pensare in modo individualistico, mettendo in pratica i precetti della comunicazione non violenta, che aiuteranno a migliorare noi stessi e la società in generale.

Marshall B. Rosemberg: I precetti fondamentali della comunicazione non violenta.

Quando si parla di comunicazione non violenta, il primo professionista a cui si fa riferimento è Marshall B. Rosemberg: è stato un importante psicologo clinico, direttore dei servizi educativi del The center for nonviolent communication, un’organizzazione internazionale che offre ancora oggi dopo la sua morte nel 2015, seminari sulla comunicazione non violenta.

Il testo più importante scritto da Marshall sulla comunicazione non violenta è:


Le parole sono finestre, oppure muri- introduzione alla comunicazione non violenta.”

In questo volume, Marshall sostiene che una comunicazione di qualità, con se stessi e con gli altri, è ad oggi, una delle competenze più preziose.

La comunicazione non violenta si basa su abilità di linguaggio e di comunicazione che rafforzano la  capacità di rimanere umani, anche in condizioni difficili.

Il suo scopo principale è quello di far ricordare che gli uomini sono esseri sociali, fatti per relazionarsi tra loro, aiutando così a vivere in un modo che è poi la manifestazione concreta di questa necessità.

La comunicazione non violenta ci guida nel ripensare le modalità mediante cui si esprime sé stessi senza dimenticare di ascoltare gli altri: ci si esprime liberamente rispettando allo stesso tempo gli altri, con attenzione ed empatia, ascoltando i nostri bisogni profondi, uniti a quelli dei nostri interlocutori percependo in nuovo modo la relazione.

 Secondo Rosenberg, la comunicazione non violenta promuove l’ascolto e non lo scontro: il rispetto, attenzione ed empatia generano un bisogno reciproco di dare amore non pensando alla violenza o ad uno scontro verbale e fisico.

Non si parla dunque esclusivamente di un processo di comunicazione, o di un linguaggio di empatia, la comunicazione non violenta è di più: essa sollecita continuamente a concentrare la nostra attenzione su un piano diverso, dove è più probabile che si ottenga quel che si sta cercando.

Rosenberg intende la comunicazione non violenta come un modo per focalizzare la propria attenzione in modo tale che si accenda la luce della consapevolezza sui luoghi che hanno il potenziale di portare esattamente a quello che si sta cercando in quel momento; usando le parole stesse dello psicologo:


“Quello che desidero nella mia vita è l’empatia, uno scambio continuo tra me e gli altri basato su un reciproco darsi dal cuore”.

Come applicare la comunicazione non violenta: le quattro componenti principali.

Secondo Rosenbeg, per applicare correttamente la comunicazione non violenta e per arrivare ad un desiderio reciproco di “dare dal cuore”, si deve focalizzare la propria consapevolezza su quattro aree specifiche che si identificano come le quattro componenti principali della comunicazione non violenta.

Sono:

  • OSSERVAZIONE: In primis, occorre osservare una data situazione o persona senza introdurre alcun giudizio o valutazione. Si dice semplicemente quello che gli altri stanno eseguendo in quel dato momento senza introdurre commenti personali.
  • SENTIMENTI: Solo in questo secondo momento si afferma quel che l’osservazione ha scaturito a livello personale, come ci si è sentiti osservando questa situazione, se tristi, felici o anche spaventati.
  • BISOGNI: Nel terzo passaggio, si verbalizzano i bisogni personali emersi collegandoli ai sentimenti e alle emozioni precedentemente descritte.
  • RICHIESTE: Nel quarto e ultimo passaggio si dichiara e specifica la propria richiesta, ossia quel che si vuole dall’altra, o altre persone coinvolte, un elemento che potrebbe arricchire la propria vita.

Parte della comunicazione non violenta, consiste nell’esprimere queste quattro componenti in modo chiaro, verbalmente o in forma scritta.

Un secondo aspetto della comunicazione non violenta riguarda invece la ricezione delle medesime informazioni da parte delle altre persone coinvolte nel processo comunicativo: tutti devono seguire correttamente il procedimento, così che si abbia un’osservazione comune della situazione, un’espressione sincrona dei propri sentimenti e successivamente dei propri bisogni e delle richieste personali, arrivando a comprendere come risolvere un eventuale conflitto in corso e alle modalità con cui si può arricchire a vicenda la propria vita.

E’ importante sottolineare che, tutte le persone coinvolte in questo processo debbano esprimere onestà nella pratica dei quattro componenti ( ad esempio una persona dovrà essere onesta nella verbalizzazione dei propri sentimenti, altrimenti sarà introdotto nel processo comunicativo una componente falsata) e successivamente ricevere con empatia tutte le informazioni ricevute con il procedimento.

La comunicazione violenta: tutto quello che non si deve fare.

L’empatia, è una condizione umana importantissima, che assume la stessa importanza anche nel campo della comunicazione non violenta. Occorre dunque preservarla, riconoscendo a pieno, per poi evitare di utilizzarle, forme comunicative tossiche per l’empatia stessa e per la comunicazione non violenta.

Secondo Rosemberg, queste forme di linguaggio e di comunicazione sbagliate sono:

  • I GIUDIZI MORALISTICI: Questo tipo di comunicazione aliena dalla vita, perché i giudizi moralistici, perché essi implicano il torto o la cattiveria di quelle persone che non agiscono in armonia con i nostri valori.

Ad esempio, se si dice ad un’ altra persona “Il tuo problema è che sei troppo pigro, non hai voglia di fare niente” la si incolpa, etichetta, insulta, la si critica e in modo implicito la si mette a paragone con altri. Tutti questi giudizi messi attivati faranno sì che la forma di comunicazione adottata non potrà essere non violenta, perché i precetti fondamentali di quest’ultima non sono stati eseguiti, tanto meno l’empatia non potrà essere messa in pratica da una persona che si è sentita giudicata in questo modo.

  • FARE PARAGONI: Un’altra forma di giudizio è l’uso di paragoni. Non appena si comincia ad equiparare una persona ad un’altra, è quasi certo che una delle due o entrambi saranno infelici.

Facciamo un esempio: Un bambino della scuola materna che ha avuto comportamenti non adeguati al contesto, La maestra, lo riprende a fine giornata davanti a tutti la classe dicendo che lui non è stato un bravo bambino, paragonando lui agli altri compagni che invece hanno seguito le regole.

Quali potranno mai essere le conseguenze di queste affermazioni della maestra? Certamente il bambino si sentirà mortificato e giudicato negativamente, si sentirà sbagliato rispetto ai compagni di classe.

Anche in questo caso, è ben chiaro che  e i precetti della comunicazione non violenta siano venuti meno e che una risposta empatica non sia eseguibile in date circostanze.

  • NEGAZIONE DELLE PROPRIE RESPONSABILITA’: Un altro tipo di comunicazione che aliena dalla vita è la negazione delle responsabilità. Questa offusca la consapevolezza del fatto che ciascuno sia responsabili dei propri pensieri, sentimenti e azioni. Un esempio eclatante è quel che si verifica quando si pronuncia la frase: “ Ci sono cose che si DEVONO FARE, è così e basta”. Ecco, con quel “ SI DEVE”, si oscura la responsabilità personale delle proprie azioni, perché ci si sente obbligati nell’eseguire un data azione, togliendo anche la libertà di pensiero e di libera scelta riguardo alla possibilità di compierla o no.

Anche questa, è identificabile come una forma violenta di comunicazione, alla quale occorre privilegiare un linguaggio che implica una possibilità di scelta e in cui si è responsabili delle proprie scelte.

Conclusione:

In questa breve panoramica della comunicazione non violenta, è emerso che essa non obbliga ad essere completamente obiettivi e ad abolire ogni giudizio, chiede di separare le osservazioni dalle valutazioni personali ( questo è un passaggio fondamentale per chi svolge un ruolo educativo).

La comunicazione non violenta è un linguaggio di processo che scoraggia, scrive Rosenberg, le generalizzazioni statistiche e ci invita a fondare le valutazioni su osservazioni specifiche per quanto riguarda il tempo e il contesto.

Tutto quello che è stato scritto fino ad ora, si riassume in queste meravigliose parole di Rosemberg:

Posso sopportare che tu mi dica

Quello che ho fatto e quello che non ho fatto.

Posso sopportare le tue interpretazioni.

Ma ti prego di non confondere le due cose.

Se vuoi complicare qualsiasi questione

Ti posso dire come puoi fare:

Confondi quello che faccio

Con il modo in cui tu reagisci.

Dimmi che sei frustrato

Per i lavori che non porto a termine

Ma chiamarmi irresponsabile non è certo un modo per motivarmi.

E dimmi che ti senti triste

Quando dico di no alle tue proposte,

Ma dirmi che sono freddo e insensibile

Non aumenterà le tue possibilità.

Sì, posso sopportare che tu mi dicaQuello che ho fatto e che non ho fatto.

E posso sopportare le tue interpretazioni.

Ma ti prego, non mescolare le due cose.

Quello che ho fatto e quello che non ho fatto.

Posso sopportare le tue interpretazioni.

Ma ti prego di non confondere le due cose.

Non mescolate le due cose ma osservate e non valutate.

BIBLIOGRAFIA: Rosemberg B. Marshall; Le parole sono finestre, oppure muri. Introduzione alla comunicazione non violenta. ;Esserci edizioni 2020.

Fantastica-mente

3 novembre 2020 di Ilaria Pala

 L’IMPORTANZA DELLA STIMOLAZIONE LA FANTASIA E DELLA CAPACITA’ CREATIVA NELL’INFANZIA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS.

Premessa:

Con il termine fantasia, s’intende la capacità di rappresentarsi enti, situazioni e figure non presenti a livello censitivo; è un’abilità creatrice collegata strettamente al pensiero.

Con la fantasia, il bambino riesce a capire avvenimenti, fatti e circostanze della vita quotidiana trasformando la realtà in avvenimenti immaginari piacevoli.

Attraverso la fantasia, si sperimenta il processo emozionale, cognitivo che allena il problem solving: la capacità di analizzare situazioni problematiche per individuare e mettere in atto la soluzione migliore.

I giochi, in questo frangente, contribuiscono allo sviluppo emotivo del bambino, e la creatività in essi può esprimersi in diversi modi, perché essa è da considerare come un vero e proprio modo di pensare e può essere allenata, sviluppata e stimolata anche dall’ambiente.

Coltivare l’immaginazione come si farebbe con una bellissima piantagione di girasoli, equivale ad aiutare il bambino a sviluppare una flessibilità mentale che gli sarà utile per diventare un adulto emotivamente consapevole di sé, capace di comunicare le proprie emozioni e sensazioni.

Questi fattori, già importanti a priori, assumono un nuovo fondamentale ruolo nella situazione odierna, perché

i bambini stanno imparando nuove modalità di gioco e di relazione “imposte” da regole e vere e proprie leggi non violabili: quelle legate alla sicurezza e alla salute di tutti.

Oltre dunque a un importante aiuto psicologico ove richiesto per aiutare in bambini con evidenti difficoltà, ansia da prestazione nelle attività, difficoltà nel sonno, rifiuto parziale del cibo, ansie legate alla cura di sé; occorre trovare dalla pedagogia dall’ educazione tutto l’aiuto possibile, strutturando attività, laboratori, progetti incentrati su obiettivi che aiutino i bambini a imparare a superare le loro paure e a convivere la situazione odierna, scoprendo, o in alcuni casi, riscoprendo una facoltà importante: la fantasia.

Il metodo Bruno Munari: la creatività come antidoto all’apatia.

Per aiutare la stimolazione della fantasia e della capacità immaginativa nel bambino,  si comincia creando setting in cui i bambini siano liberi di creare, giocare e divertirsi liberamente, uno spazio sicuro dove potersi esprimere liberamente, le idee non vengono proposte dall’educatore, esse nascono dalla sperimentazione secondo il principio didattico “ non dire cosa fare ma come”.

In questo modo i bambini imparano a diventare indipendenti risolvendo in autonomia i problemi.

Questo precetto, è una delle basi del metodo di Bruno Munari, grande designer, artista e pedagogo  intuitivo.

Per lui, il laboratorio è un luogo di creatività e conoscenza, di sperimentazione e scoperta, ma soprattutto di autoapprendimento attraverso il gioco: è in sostanza il setting dal “fare per capire” in cui si costruisce il sapere. E’ luogo d’incontro educativo, formazione e di collaborazione tra i bambini stessi e l’educatore, in cui si sviluppa la capacità di osservare con le mani e con gli occhi per imparare a guardare la realtà.

 Un metodo basato sul fare dunque, nel quale tuttavia il bambino deve esercitare  quattro facoltà, che secondo Munari, permettono di sviluppare concretamente la capacità creativa.  Esse sono:

Fantasia: facoltà libera e indipendente che permette di pensare anche alle cose più assurde e impossibili, a quello che non c’era e che era ritenuto irrealizzabile.

Invenzione: facoltà che permette la realizzazione di un qualcosa di utilità pratica all’uomo accantonando il lato estetico (sostanza e praticità versus forma).

Immaginazione: Capacità di rendere visibile quel che la fantasia, invenzione e creatività pensano.

Creatività: Facoltà che permette di realizzare tutto quel che prima non c’era in modo essenziale e globale. E’ un’applicazione della fantasia che deve tenere conto degli elementi concreti dei problemi della sua realizzazione. Nella realizzazione del prodotto, è tenuto conto dell’estetica.

Per stimolare la creatività intesa come unione delle facoltà di fantasia ed invenzione, è necessario esercitare tutte queste, così che si possano creare relazioni e connessioni tra fantasia, conoscenza e realtà, relazioni inedite tra cose che esistono già e cose che non si vedono ma che sono immaginabili.

Così, la creatività è una facoltà fondamentale per il ben vivere, ben prima che i bambini e poi negli adulti, per questo deve essere esercitata nell’infanzia.

Per Munari, un adulto senza creatività, è una persona incompiuta e omologata, come un ingranaggio di una catena che si muove e compie azioni esattamente come i suoi simili prima di lui.

Un adulto non creativo, sarà dunque incapace di risolvere ed affrontare i problemi in autonomia, arrivando a chiedere ad altri un aiuto per farlo.

Creatività e plurisensorialismo: come funziona un laboratorio Bruno Munari

Un laboratorio Bruno Munari è un luogo di creatività e conoscenza, dove si gioca con l’arte e nel quale si stimola la creatività e progettualità del bambino.

La creatività di cui si parla è una qualità speciale dell’intelligenza, è ricerca dell’essenziale. Munari spiega che, così come l’artista è in costante ricerca delle condizioni che favoriscono la fantasia e la creatività, occorre fare in modo che il bambino memorizzi più dati possibili: la fantasia infatti nasce da relazioni che il pensiero stabilisce tra le cose che conosce. Bisogna aiutare i bambini a rimuovere gli stereotipi, stimolando e ampliando la loro conoscenza plurisensoriale..

Gli operatori, durante il laboratorio non parlano quasi mai, piuttosto “fanno“, stimolando la curiosità dei bambini che subito vogliono provare a fare: ed ecco che il bambino imita l’adulto.

Compito degli operatori, dice Munari è:

Dare ai bambini tutte le informazioni di tipo tecnico, sul come si fa a fare, senza dare loro temi già predisposti dagli adulti.

Non bisogna dare ai bambini un metodo, perché è giusto che si creino loro un proprio modo di fare. L’adulto può invece creare un setting ricco e stimolante, con ad esempio cartelloni colorati che forniscano informazioni visive relative all’argomento che s’intende esplorare. Un adulto che diventa una sorta di regista per guidare i suoi attori.

La comunicazione con i bambini deve essere ricca di indicazioni precise: invece di tante spiegazioni è preferibile utilizzare esempi visivi e con “azioni gioco”; con il gioco, dice Munari, il bambino partecipa globalmente, mentre se ascolta si distrae perché continua a pensare ad altre cose.

Il gioco strutturato poi, ha delle regole da rispettare, dice Munari: “ Ogni gioco ha le sue regole, il mio metodo insegna a rispettarle ma anche a trasgredirle permettendo così alle varie personalità di realizzare le loro varianti e quindi a fare agire le varie creatività”.

Uno dei punti di partenza per lo sviluppo del pensiero creativo è dato dalla consapevolezza della conoscenza plurisensoriale insita nei più piccoli: i bambini sono sperimentatori innati che cercano ed esplorano, sperimentano attraverso il gioco stesso, imparano e memorizzano.

Questi principi sono alla base della missione di Munari: progettare strumenti di gioco capaci d’aiutare i bambini a non smarrire il loro originario senso di curiosità verso il mondo.

Il sogno di Munari, riguarda la creatività diffusa come antidoto all’apatia sociale, che oggi potrebbe riguardare le nuove difficoltà dei bambini a ritornare al gioco e alla vita sociale di prima, promuovendo strumenti e giochi capaci di aiutare i bambini a non smarrire il loro originario senso di curiosità verso il mondo.

E l’educatore, per fare questo, ma ancor prima l’adulto, deve secondo Munari, far permanere in sé: la curiosità di conoscere, il piacere di capire e la passione di comunicare e condividere.

Occorre aiutare i bambini a non perdere la loro curiosità verso il mondo, non dicendogli cosa fare ma come farlo, stimolando ancora una volta la loro sperimentazione e voglia di conoscere, anche ad un metro di distanza e con una mascherina indosso.

Bibliografia:

Munari Bruno., Fantasia,Editore Laterza.,2017

Beba Restelli., Giocare con tatto., edizioni Franco Angeli, Le Comete., 2002

Mi piace scrivere, ora lo faccio

di Isotta Orlando

La scrittura creativa come strumento nella professione dell’educatore

L’ educatore professionale scrive, lo fa di mestiere, relazioni e diari di bordo, progetti e cartelle cliniche. Batte su una tastiera e tiene in mano una penna per un sacco di tempo, è uno degli strumenti che ha. Ma c’è una sfumatura di questo mezzo che sconfina dal nostro essere oggettivi e professionali che ci è utile però per comprendere la parola empatia, spesso abusata e ripetuta talmente spesso da perdere di significato. In università ne danno una definizione da imparare a memoria, “tatuatevela nel cervello” dicono, ma si fa davvero fatica a comprendere il suo significato nella pratica soprattutto quando le vite che incroci sono così distanti dalla tua.

Ed è qui che torna utile la scrittura, con una matita o sulle note del telefono l’educatore prende appunti su ciò che lo circonda. A volte seguire una traccia che diriga i nostri pensieri può essere fondamentale, piccoli esercizi di scrittura creativa possono fare chiarezza quando non riconosciamo chi abbiamo di fronte.

Una professoressa durante uno dei corsi in università ci ha consegnato ed insegnato come poter usare questo strumento per comprendere meglio chi abbiamo di fronte, costringendoci a metterci nei suoi panni.

Questo è un esempio di come si possa cercare di comprendere la persona, e non solo l’utente, che abbiamo di fronte.

Settembre ‘19

Mi presento sono Giovanni (nome di fantasia), sono stufo di vivere, non riesco a vedere un futuro di fronte a me, c’è solo nero, nulla da scoprire, nulla per cui valga la pena continuare, niente che mi incuriosisca.

A volte l’apatia si fa così angosciosa che mozza il respiro e mi trovo a fare chilometri come chiuso in gabbia, in questo posto di matti, e non capisco se sto diventando matto anche io, o se lo sempre stato e non capisco il mondo fuori, nulla di certo a cui appigliarsi.

E alllora perché non lasciarsi scivolare giù, perché non cercare di sentire qualcosa, il raschiare di un cucchiaino di plastica rotto sul mio avambraccio.

Mi sorvegliano sempre, sono il più braccato.

Vale forse la pena iscriversi a filosofia?

Oh e ho un libro da prestarti, hai mai letto Borgess?

Ma la scrittura creativa ci viene incontro anche in altri momenti, può diventare un modo per esprimere un’opinione che non riesce a trovare il proprio posto nei documenti ufficiali siano essi relazioni di tirocinio o rielaborazioni sulle proposte presentate al servizio. Siamo esseri pensanti, professionali nel nostro lavoro, ma abbiamo emozioni che dobbiamo gestire in modo impeccabile per evitare che influenzino il nostro lavoro, abbiamo idee e riflessioni che possono discostarsi da quelle dei colleghi e che non riusciamo ad esprimere nel nostro ambiente senza causare fratture.

La possibilità di avere sempre un quaderno, anche virtuale dove sfogarsi, dove esporsi, dove lasciare che la parte emozionale talvolta soffocata abbia una sua dimensione, ci è utile a non diventare apatici per paura di rivelare troppo.

Stavo scrivendo una relazione di tirocinio e nella correzione una professoressa mi fece notare che questa riflessione non era adatta ad un documento di quel tipo, la mia cocciutaggine però mi ha portata ad esplorare comunque l’argomento perché mi stava particolarmente a cuore.

Questo strumento mi ha dato la libertà di esprimerlo senza dovermi attenere ad un format specifico.

Maggio’18

Un problema esiste solo quando un’etichetta ti viene appiccicata addosso?

È diverso prendere consapevolezza di un problema quando a definirlo è un “altro, esterno alla mia vita, ai miei dolori e alle mie consapevolezze.

Un sig. Qualcuno, o un dott. Qualcuno che mette insieme sintomi e fa una diagnosi.

E io non sono più io, individuo, persona, cittadino ma divento solo la mia malattia, il mio problema. E più è precoce la diagnosi più è difficile descrivermi senza citare la mia malattia, è difficile crearmi, vedere un futuro, sapere chi sono davvero.

Niente di ciò che mi è successo, di io che provo o penso, di ciò che vivo o voglio mi descrive completamente.

Io non sono un alcolista

Non sono un drogato, non sono un malato

Non sono una vittima di violenza

Sono mille cose e se voglio domani mi ridisegno da capo

Anche in questo caso ho scritto in prima persona mettendomi nei panni di quelle che in un futuro potrebbero essere le mie future utenze, un processo che porta all’empatia e che da nuove prospettive di visuale su chi abbiamo di fronte. Queste parole mi sono d’aiuto ogni volta che cedo alle facili semplificazioni e cado nel processo di “etichettamento” con il quale noi professionisti della relazione ci proteggiamo dall’umanità a cui vorremmo dare aiuto.

(La data non è errata, ho sempre tenuto in mano una penna e cercato di usare le parole per mettere in ordine quello che portavo dentro, l’università ha legittimato questa mia tendenza).

La scrittura creativa non è solo uno sfogo, un mettere in luce le criticità del nostro lavoro ma è anche tempo per riflettere su noi stessi e su ciò che muove le nostre azioni, sulle motivazioni che ci spingono alla relazione con l’altro. Può aiutarci a definire il nostro personale concetto di cura.

Marzo ‘19

Sono i piccoli gesti, i mezzi sorrisi, o il pensiero che torna a chi inizia a conoscere quando incroci qualcosa che te lo ricorda.

Sono i post-it azzurri con i titoli di canzoni che non avrei mai ascoltato altrimenti ed invece ho speso del tempo per te, per poterne parlare, per trovare qualcosa in comune.

Sono tutte le cose che ti facevo notare, lo starti col fiato sul collo, senza fartene passare una, osservarti ed ascoltarci, farmi tutta orecchio anche quando stavi semplicemente leggendo l’oroscopo.

Sono i mezzi sorrisi da dietro “l’acquario” quando ancora mezzo assonnato aspettavi il tuo turno per fare gli esami.

Vedere le rughe sul tuo volto distendersi un po’incrociando il mio sguardo, la mia dose quotidiana di vitamina D e fumo passivo, il saper aspettare per cogliere un segno, uno spiraglio di porta che si apre.

Gentilezze gratuite non prive di senso e citazioni di Guè.

Un ritaglio di giornale attaccato con lo scotch.

Volere un futuro per te.

Spero, con questo articolo, di avervi fatto solleticare le dita e ispirato a prendere in mano un pezzo di carta e di mettere per iscritto qualcosa per voi stessi. Spero anche di avervi fatto sbirciare un po’ nel lato umano dell’educatore, nei suoi pensieri e nelle sue emozioni perché anche di questi è fatto il nostro lavoro.

Verso una sessualità più inclusiva

22 settembre 2020 Federica Giugno

Nell’immaginario collettivo, ancora oggi la persona con disabilità è troppo spesso vista come un angelo senza sesso e senza età, pochi immaginerebbero che in realtà crescendo aumentano, anche per queste persone, i bisogni affettivi e sessuali.

Nella dichiarazione dei diritti sessuali del 2006 viene ribadito il concetto di riconoscere anche ai portatori di handicap, fisici e cognitivi, di esprimere la loro sessualità.

Già approvato nel documento del 1993 emesso dall’assemblea Generale dell’Onu, questo è un concetto purtroppo ancora non chiaro a tutti in Italia, infatti è uno dei pochi Stati in cui manca (in particolar modo nelle strutture pubbliche) un’educazione sessuo-affettiva da parte di professionisti specializzati che aiutino questi soggetti a raggiungere il più alto livello di salute sessuale e che eviti che, specialmente chi è più emarginato dalla società ricorra al soddisfacimento dei bisogni sessuali tramite la prostituzione o l’intervento fisico dei familiari. Condurre l’utente al raggiungimento di una maturità affettiva è anche educare alla comprensione di quelli che sono i suoi bisogni e quelli altrui con dei programmi specifici tenendo conto del tipo di disabilità.

Quando si parla di sessualità nell’ambito della disabilità, purtroppo l’opinione pubblica tende a generalizzare senza tener conto del fatto che non tutte le disabilità siano uguali; infatti il disabile fisico deve affrontare, nel momento in cui si affaccia a questo mondo, un lungo percorso fatto di accettazione di sé e dell’immagine che gli altri hanno di lui.

Spesso ci troviamo “nell’incapacità di fare”, o ci si trova “nell’incapacità della responsabilità di fare”. In entrambi i casi però il sesso e l’affettività devono diventare un piacere di cui godere e non un problema da risolvere.

Nella mia esperienza con la salute mentale mi è capitato che i miei utenti, nonostante l’età matura mi chiedessero come fare ad affrontare questo argomento, mi è stato detto che sentivano l’impulsi sessuali ma anche l’impulso di amare ma non sapevano come sfogarli, come affrontarli, perchè alcuni, rendendosi conto della loro diversità, avevano paura di approcciarsi a qualcuno che non stesse vivendo la stessa esperienza di residenzialità o semplicemente di percorso.

Allora con non poco imbarazzo ho risposto alle loro domande, che erano le più disparate, ma alle quali era necessario trovar una risposta che li aiutasse a chiarire cosa fosse per loro vivere l’intimità.

Per alcuni di loro, specialmente per i meno consapevoli, è come vivere una favola: uno sguardo o una stretta di mano potrebbe essere vista come l’inizio di una storia o addirittura il compimento di un atto sessuale.

Se queste persone avessero la possibilità di essere informate da specialisti, in maniera dettagliata e non superficiale, potrebbero anche vivere il loro corpo in maniera diversa, con la possibilità di esplorarsi con consapevolezza ed evitare alcune frustrazioni dovute all’impulso.

Trovo che la mancanza di un’educazione sessuale all’interno delle strutture sia una vera e propria violazione dei diritti: è come l’ennesima gabbia dove rinchiudere l’utente dimenticandosi che prima di tutto si tratta di una persona, fatta come tutti di carne e sentimenti.

La frustrazione che crea il non potersi esprimere, secondo me, potrebbe anche peggiorare la loro condizione.

Basta pensare a come si può sentire una persona qualsiasi durante un periodo di forte astinenza dovuta alla mancanza di un partner o ad un disagio del momento per rendersi conto della sofferenza provata da una persona con disabilità fisica o cognitiva alla quale puó venire addirittura impedita la possibilità di avere una relazione affettiva e sessuale nel momento in cui inizia a provare un impulso.

Fortunatamente oggi si è iniziato a parlare di questo tema, ed alcuni personaggi pubblici con disabilità hanno portato anche le loro testimonianze in alcuni video sui social (Jacopo Melio, Arturo Mariani, Alex Dacy, Valentina Tomirotti…) per dire al mondo intero che vivere la propria sessualità, anche con una disabilità, non solo è possibile, ma è anche bellissimo.

Giudizio e pregiudizio

12 settembre 2020 Luigi Antonio Luvinetti

Quando si discute della comunicazione e delle sue barriere non si può fare a meno di parlare di un processo mentale che tutti noi abbiamo sperimentato in un modo o nell’altro: il pregiudizio.

I pregiudizi possono, a tutti gli effetti, compromettere l’efficacia del processo comunicativo portandolo fino al più completo fallimento.

Ma che cos’è un pre-giudizio, come si forma e perché è così determinante?

Un pre-giudizio, lo dice la parola stessa, è un giudizio dato su qualcosa o qualcuno prima ancora di avere avuto la reale possibilità di conoscere quella persona o di avere provato quell’oggetto.

Questo avviene perché il nostro cervello ama usare delle scorciatoie per trovare le soluzioni che cerca e si sa… le scorciatoie ci fanno risparmiare tempo ed energia. Per fare tutto questo, il cervello tende a generalizzare delle informazioni per creare una regola da poter utilizzare quando ne avrà bisogno. In pratica tende a fare “di tutta l’erba un fascio”.

In psicologia si parla bias cognitivo.

Di solito il pregiudizio nasce da una informazione che ci è stata data da qualcuno di cui ci fidiamo e che, automaticamente, diamo per buona senza averla verificata in prima persona.

Mai sentito sentito parlare dell’effetto Nobel? É quello che avviene quando una persona che ha una certa autorevolezza in un determinato campo esprime una sua personale idea su qualcosa di non attinente alle sue competenze e automaticamente anche ciò che ha detto (che potrebbe non essere corretto) viene percepito come una verità.

Il cervello dice:”Se lo ha detto lui, deve essere vero!”

Altre volte il pregiudizio nasce dall’idea che ci siamo fatti di qualcuno perché abbiamo vissuto un esperienza poco positiva con una persona e per semplificare e proteggerci, il nostro cervello elabora una strategia che ci avverte di un probabile pericolo qualora venissimo di nuovo in contatto con qualcuno che lui ritiene simile a quella persona che ci ha causato una volta, in passato, una sorta di dolore.

Il cervello dice:”Se è successo una volta, può ripetersi!”

Il pre-giudizio è un meccanismo inconscio che il cervello crea  per difenderci da un eventuale dolore. La fiamma che alimenta questo processo è, però, la mancanza di conoscenza che ci può fornire solo l’esperienza personale.

Il giudizio sta nel verificare come stiano effettivamente le cose e poi tirare le somme.

Se vogliamo veramente comunicare con qualcuno, bisognerebbe avere il coraggio di mettere da parte (almeno momentaneamente) eventuali pregiudizi e valutare se valga la pena o meno di investire tempo ed energie per creare qualcosa con quella persona.

Ma se partiamo dal presupposto sbagliato, tutta la nostra comunicazione sarà gestita da quel pensiero.

Chissà quante occasioni ci siamo lasciati scappare senza neanche accorgercene?

Quello che volevo dire è che come educatori abbiamo l’obbligo morale di metterci in gioco per primi nel processo comunicativo. Abbiamo quella  responsabilità che deriva dalla consapevezza di non sapere mai chi abbiamo davanti e quali cose potrebbe essere in grado di fare se gliene dessimo la possibilità

Noi siamo possibilità, non le togliamo.

Luigi Luvinetti – Coach in Programmazione NeuroLinguistica

Il racconto di Rashid

03 luglio 2020 Federica e Rashid

Ringraziamo Rashid che tramite una breve intervista ci racconta della sua esperienza in Italia

Questa è la storia di Radhid arrivato dal Kashmir per salvare la sua vita da chi voleva conquistare il suo paese.

Come ti chiami e quanti anni hai?

Mi chiamo Rashid e ho 36 anni

Da dove vieni?

Vengo dal Kashmir

Cosa facevi in Kashmir e come mai hai deciso di affrontare questo viaggio per venire in Italia? Se non te la senti non rispondere

Lavoravo in un’organizzazione per la liberazione del Kashmir, ho deciso di venire in Italia perché c’erano  problemi con il governo pachistano per via della mia organizzazione e la mia vita era in pericolo.

Puoi raccontarmi un po’ com’è andato il viaggio fino in Italia e come lo hai affrontato?

È molto difficile,  ci sono stati molto rischi per la mia vita. Io sono stato molto fortunato, sono riuscito ad arrivare in Italia, durante il viaggio ho visto la morte tante volte davanti ai miei occhi.

Ho fatto il viaggio a piedi, ho camminato tanti chilometri e ho anche attraversato il mare con una barca che si è ribaltata.

Com’è stata l’accoglienza in Italia?

Quando sono arrivato a Udine in stazione, la croce rossa mi ha dato il benvenuto con biscotti, vestiti, caffè, lenzuola, mi sono sentito bene.

Sei stato ospite nella caserma Cavarzerani e poi sei stato trasferito. Com’è stata la tua esperienza nel progetto? Come passavi le tue giornate?

Nel marzo 2017, quando ho sentito che mi trasferivano in un altro progetto, ero preoccupato. Pensavo che mi mandassero in montagna, ma quando mi hanno detto che sarei andato a Udine, in città, ero contento.

Ricordo ancora il giorno quando ho lasciato la Cavarzerani, sono venuti gli operatori di Aracon (la cooperativa) a prenderci. Non conoscevo la cultura italiana, perchè non potevo uscire dalla caserma, ero sempre chiuso dentro.

Quando sono andato in Aracon, ho imparato tante cose. Ero sempre felice, era diventata la mia famiglia.

Avevo due operatrici brave, a volte litigavamo perché non ci capivamo, loro non capivano me e io non capivo loro.

Ma adesso che sono fuori dal progetto, ho capito che loro avevano ragione. È importante andare a scuola, fare un corso, imparare l’italiano.

Aracon e l’Italia mi hanno dato molto. Io mi chiedo?
Cosa ho dato io all’Italia?.

Finito il progetto che cosa hai fatto?

Quando ho finito il progetto SPRAR, ho iniziato a cercare lavoro, mi sono fermato per un po ‘, poi ho ottenuto un lavoro in un progetto che sto continuando tutt’oggi. È un buon lavoro.

Che aspettative avevi quando sei partito dal Kashmir? Era come ti immaginavi venire in Italia?

No, quando ho lasciato il Kashmir, non pensavo di rimanere in Italia, pensavo di poter andare da mio fratello in Inghilterra.


Mi sono innamorato dell’Italia e mi sono fermato qui.

Cosa ne pensi della cultura italiana? Ti senti integrato?

Mi piace molto la tua cultura e dico sempre alle persone che se tutti tenessero le menti aperte avrebbero successo ovunque.

Il ricordo più bello dell’Italia?

Il mio ricordo più bello è di aver conosciuto l’amore e di essermi innamorato per prima volta di una ragazza italiana che è onesta, sincera e gentile, aiuta tanto gli altri. Io amo lei, ma non so se lei ama me. Per tutta la vita mi ricorderò di lei.

Scuole a confronto

19 Giugno 2020
di Sara e Cecilia

Oggi offriamo un piccolo viaggio, dal Mar Baltico alla costa orientale del Mar Mediterraneo, all’interno di due scuole lontane tra loro, raccontate da ex studenti.

Tra i modelli scolastici, quello svedese è considerato da molti uno dei migliori. La scuola è alla base del progresso di un Paese, ed è per questo che in Svezia vi è una particolare attenzione nell’agevolare il percorso di studi per bambini e famiglie.

Proprio per questo le scuole svedesi cercano di garantire lo stesso grado di istruzione, annullando differenze di tipo economico.


Infatti, a tutti gli studenti vengono garantiti servizi gratuiti tra cui la mensa, anche per chi finisce alle 13, trasporti pubblici gratuiti dal lunedì al venerdì, durante il periodo scolastico, ingressi ai musei e i materiali di cui abbisognano, quindi quaderni, matite e penne. Gli studenti vengono inoltre dotati di tablet o computer in comodato d’uso, su cui vengono caricati i programmi di studio e che possono usare durante il tempo libero, la famiglia può anche scegliere di optare per strumenti informatici più performanti, versando una piccola quota alla scuola come garanzia.

Dalla prima media i ragazzi possono rapportarsi con uno psicologo e un sessuologo messi a disposizione dalla scuola, che hanno il compito di seguirli e supportarli in un momento così delicato quale l’adolescenza.

Il percorso scolastico pubblico è suddiviso in 13 anni:

  • 1 anno di scuola prescolare;
  • 9 anni di scuola dell’obbligo;
  • 3 anni di scuola superiore.

L’obbligo scolastico inizia a 7 anni, a 5-6 anni è però possibile frequentare un prescuola che prepara il bambino agli anni successivi, in modo che non si ritrovi spiazzato dal passaggio brusco tra giornate passate a giocare (scuola materna) e il vero e proprio inizio del percorso di studi.

Le elementari durano 6 anni, mentre medie e liceo 3 anni, l’obbligo scolastico termina al compimento del 16° anno.

Le lezioni durano 45 minuti perché secondo vari studi psicologici e pedagogici, dopo questo periodo si ha un calo della soglia dell’attenzione e in linea con gli stessi studi viene fatta una pausa di un quarto d’ora in cui gli studenti sono obbligati ad uscire dall’aula per godere dell’aria aperta. Per la pausa pranzo e a metà mattina si ha a disposizione una pausa più lunga di 30-35 minuti.

Per i bambini delle elementari dopo l’orario scolastico sono disponibili dei post-scuola fino alle 18, dove passano il tempo a giocando o imparando a suonare uno strumento. I compiti a casa infatti, sono pochissimi perché dopo 5 ore di scuola (8-13) il bambino è stanco e ha il diritto di riposarsi. Quotidianamente vengono affrontate tre materie, per non creare troppa confusione nell’apprendimento. L’abbandono scolastico si aggira intorno al 2% e la media di studenti universitari che portano a termine il corso di laurea intrapreso è altissima quasi 98%.

Il tempo a scuola è sfruttato al massimo, chi ha difficoltà come dislessia, discalculia, può impiegare il pomeriggio per fare esercizi di recupero senza rischiare di rimanere indietro con altri compiti.

L’assunzione degli insegnanti è demandata ai vari comuni, che possono assumere e/o licenziare in caso di necessità, il loro stipendio è fissato da un contratto collettivo nazionale, ma può variare da comune a comune. Durante il periodo di “vacanza estiva” gli insegnanti hanno l’obbligo di seguire corsi di formazione e aggiornamento. Anche a loro vengono forniti in comodato d’uso gratuito pc/tablet da utilizzare esclusivamente per l’attività scolastica.

Abbiamo avuto l’occasione di poterci far raccontare anche come sia il sistema scolastico in una città grande della Palestina come Hebron.

Il percorso scolastico pubblico è suddiviso in 12 anni:

  •  6 anni di scuola elementare;
  • 4 anni di scuola media;
  • 2 anni di scuola superiore.

In questo caso le materne esistono solo sotto forma di scuole private a pagamento. Per le elementari, medie e superiori statali vi è invece una sola quota di corrispettivi 10 euro ed i libri vengono disposti gratuitamente ai bambini con il patto di restituirli a fine dell’anno.

Nelle grandi città le classi sono formate da 30/40 allievi e gli insegnanti si dividono in due turni, la mattina ed il pomeriggio, al fine di rispondere alla grande domanda di alunni e ovviare leggermente al problema degli spazzi ristretti delle aule. Non ci sono in oltre classi miste fino alle medie, tranne in alcune scuole private, come quelle cattoliche per esempio, in cui non vi è una divisione di genere per nessun degli anni scolastici.

Il metodo didattico si basa prettamente sulla memoria e la teoria, di fatto è raro trovare scuole in cui ci siano materie verso l’arte, come per esempio musica. In più solo in poche strutture c’è la possibilità di scegliere un’altra seconda lingua oltre all’inglese, com’è invece di consueto nelle medie. Oggigiorno però si è diffuso l’insegnamento di tale lingua già dall’elementari.

Per questioni culturali è molto sentito l’insegnamento della religione. Infatti, escluso per chi è cristiano ed in certe scuole, vi è l’obbligo di insegnare e partecipare alla lezione per tutti gli allievi.

Rispetto all’Italia, c’è una tipologia più ristretta di indirizzi scolastici delle scuole superiori. Si può scegliere tra: il liceo, scientifico o classico, oppure il tecnico-professionale, il quale spazia dal corso informatico a quello di falegnameria. Esiste però un’altra curiosa realtà relativa alle scuole private, ossia ci sono dei gemellaggi con scuole di altri paesi, le quali offrono l’esperienza di poter fare uno scambio tra alunni di distinte realtà. Ciò permette a questi ragazzi di poter vivere e osservare per un breve periodo diverse prospettive sociali e culturali. In più vi è un ulteriore particolarità che riguarda le scuole gestite dall’ UNRWA, ossia l’“Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente”, la quale si dedica gratuitamente al soccorso, allo sviluppo, all’ istruzione, all’ assistenza sanitaria, ai servizi sociali e ad aiuti di emergenza per i rifugiati delle zone di guerra.

In Palestina non c’è l’obbligo scolastico, infatti è comune che ragazzi tra i 12 e 15 anni decidano di mollare gli studi per lavorare. Solitamente le ragioni consistono nella necessità di dover aiutare in casa economicamente o nell’attività di famiglia.

Infine vi sono le università, le quali sono solo miste, sebbene la presenza femminile sia una minoranza. Queste seguono un modello statunitense per cui vi sono 2 anni, alla fine dei quali si prende un diploma. Successivamente è possibile scegliere tra due alternative:

  • 4 anni di università, alla conclusione dei quali viene rilasciato il “bachelor’s degree”, che andrebbe a corrispondere all’equivalente della triennale in Italia;
  • Fare un corso di laure della durata di 5 anni.

Dopodichè, se si vuole continuare gli studi, ci sono 2 anni di magistrale ed infine 2 o 3 anni (dipende dal corso che si va a scegliere) di dottorato.

Il sistema degli esami è molto più complesso rispetto a quello italiano, in quanto in tutti i corsi vi è l’obbligo di frequenza. Alla fine di questi vi è un solo appello e nel caso non si riesca a superarlo, si è costretti a rifrequentare il corso dall’inizio e ritentare l’anno successivo. Questo crea non poche difficoltà ai lavoratori, per i quali vi sono poche agevolazioni.

Infine vi sono anche le borse di studio, le quali tengono conto principalmente della situazione familiare, più che della media dei voti, però purtroppo c’è ne sono poche.

Questa esperienza che ci è stata raccontata si basa su 12 anni fa, perciò oggigiorno può essere effettivamente cambiato qualcosa, e si tratta di una città in cui c’è relativo benessere rispetto alle zone colpite dalla guerra, dove purtroppo la situazione è ancor più differente.

i miei sei mesi diversi

12 Giugno 2020
di Federica

Mi chiamo Federica, sono un’infermiera pediatrica e lavoro dal 1986 nell’ospedale di Udine.

Nel 2006 dopo una lunga riflessione relativa al mio lavoro e a ciò che mi sarebbe piaciuto fare, ho deciso di  approfondire le mie competenze lavorative all’estero, desiderosa di vivere nuove esperienze che potessero arricchirmi professionalmente ed umanamente. La destinazione affidatami dall’ONG a cui mi rivolsi fu l’Afghanistan.

Per me rimaneva assolutamente indifferente la meta, qualsiasi luogo avrebbe arricchito il mio bagaglio di esperienza e di vita.

Nell’agosto del 2006 parto per la Valle del Panshjr situata a nord dell’Afghanistan, in una zona montuosa con altitudini di circa 2000 metri immersa in un clima continentale, con inverni rigidi e nevosi ed estate caldi. Ci rimarrò per sei mesi. In quel periodo il Paese viveva una calma apparente: i talebani erano momentaneamente bloccati, diminuivano gli attentati e nella capitale la vita trascorreva normalmente. Nel territorio erano ancora presenti alcune truppe americane, italiane ed inglesi. Lo staff con cui operavo si spostava sotto scorta non armata. In quel periodo si provvedeva allo sminamento di alcune parti della zona, tuttavia ogni giorno in ospedale giungevano feriti colpiti dallo scoppio delle mine antiuomo. Le vittime erano per lo più donne e bambini perché occupandosi del bestiame e quindi del pascolo si addentravano in aree ancora pericolose.

Io mi occupavo dei bambini ricoverati nella zona destinata al reparto pediatrico: offrivo assistenza ai neonati in sala parto, aiutavo le puerpere per l’allattamento al seno, ho collaborato ad alcuni interventi chirurgici sui bambini o in pronto soccorso generale in caso di necessità. Lo staff ospedaliero era composto da personale locale, coordinato da quello internazionale, che svolgeva corsi di aggiornamento teorici e della tecnica medico- infermieristica.

Per il gruppo internazionale non esisteva l’orario di lavoro, la nostra reperibilità era di 24 ore al giorno. Alcune giornate non si ritornava a casa prima di sera, arrivavano sempre delle chiamate notturne. Alle volte  potevamo concederci qualche ora di pausa che trascorrevamo assieme chiacchierando e giocando, ascoltando musica e condividendo attimi di vita quotidiana. Confrontando i mesi di permanenza presso l’ospedale del villaggio e comparandoli con gli anni di lavoro svolti nella mia carriera da infermiera, posso affermare che le patologie ostetriche, riscontrate in quel periodo, sono state oramai superate dalla medicina occidentale. Quest’ultima si affida a costanti controlli e a tecnologie all’avanguardia che accompagnano la gravidanza delle nostre madri.

Le patologie pediatriche più frequenti erano: la malaria (endemica in Afghanistan), la malnutrizione e denutrizione dovuta alla povertà della popolazione, le malattie respiratorie e gastrointestinali spesso con esito fatale, causate dalle condizioni igienico sanitarie scadenti.

Spesso l’operatività e la necessità di alcuni interventi d’urgenza, che riguardavano soprattutto le donne, andava a scontrarsi con la cultura islamica. Uno degli episodi che ricordo, fu quando un marito negava il permesso di un taglio cesareo urgente della moglie, in quanto il chirurgo operante era uomo.

Fu molto difficile persuaderlo. Solo di fronte alla morte certa della consorte e del figlio, riuscimmo ad ottenere il consenso all’intervento.

Lo staff internazionale alloggiava in una casa a circa un chilometro dall’ospedale. Ogni giorno e ogni notte venivamo accompagnati dalle nostre guardie locali che non erano armate, ma che in caso di pericolo avrebbero potuto scontrarsi con eventuali malintenzionati. Ognuno aveva una camera da letto e condividevamo gli altri spazi comuni. Cenavamo sempre assieme aspettando che anche gli ultimi colleghi rientrassero dal lavoro.

Cucinare e stare a tavola era l’attività che ci univa, spesso capitava di incontrarci per la cena insieme ai medici afghani che apprezzavano i nostri cibi. Organizzammo delle feste di compleanno, alla quale parteciparono anche gli operatori locali e al termine del ramadan furono loro ad invitarci nella mensa dell’ospedale per festeggiare assieme. A Natale ci fecero trovare degli addobbi in reparto costruiti con carta igienica, guanti gonfiati a palloncino e petali di fiori sui tavoli.

A distanza di anni ciò che rimane vivido in me è il ricordo di un’umanità pura che, seppur provata e martoriata nell’intimo dalla guerra, mantiene la sua dignità e il suo coraggio.

Mi è difficile non pensare a tutti quei bambini che ho assistito e non immaginare per loro un futuro diverso. Rifletto sull’idea di come avrebbe potuto essere la loro vita se solo fossero nati in un posto e in un tempo diverso.


La fortuna è una questione di geografia.

Stranieri in classe: collegare le differenze

05.06.2020
di Giulietta Montagni

Per poter avvicinarsi almeno in parte al significato di straniero bisogna essere stati una volta stranieri, essersi sentiti stranieri ed essere stati considerati tali.

Nel mio piccolo, quando dalla Toscana, mai lasciata e sempre tenuta a modello unico, arrivai in Friuli Venezia Giulia questo mi capitò.
Da una Toscana in cui era frequente e ben tollerato sentir parlare di generici “marocchini” per indicare i connazionali provenienti dal sud mi trovai qua con la mente ogni giorno affollata di domande che mettevano in discussione tutto il modo di vivere che mi caratterizzava.

Avevo da districarmi tra il cercare riferimenti spaziali in mezzo ad architetture differenti dalle mie, note, e i riferimenti storici mai anche in seguito né conosciuti né percepiti fino in fondo.

Tutto questo preambolo per riflettere su quanto tutto ciò mi sia poi servito e mi serva tuttora nel mio amatissimo lavoro.

Sono una maestra di scuola primaria di frontiera che, come tutte le frontiere, separa sì, ma anche collega popoli e differenze.

Lavoro – per scelta – in un plesso a tempo pieno in cui c’è l’opportunità di frequentare bambini di varie provenienze. So che se fossi rimasta in Toscana non avrei sicuramente saputo  riconoscere negli occhi dei bambini stranieri l’accadente.
Un’altra opportunità che mi capitò e seppi cogliere (perché questo è un importante  binomio che serve nell’apprendimento del vivere) quando ero alle primissime armi nel mondo della scuola e il “ruolo” era ancora un miraggio, fu l’imbattermi in uno dei pochissimi corsi di aggiornamento ai quali ho partecipato: il tema riguardava l’importanza fondamentale della relazione nella scuola.

L’importanza della relazione triangolare insegnante-bambino-genitore-insegnante.

Lo pagai quel corso perché non ero un’insegnante a tempo indeterminato.

Un investimento.

E questo applico sempre anche con i bambini stranieri, con le famiglie straniere condendo il tutto con l’altro indispensabile ingrediente: il rispetto.

Ma il rispetto quello vero, quello che ottieni dentro di te cercando giorno per giorno di liberarti il più possibile dai pregiudizi, cercando di educarti ogni giorno a non usare mai più quelle frasi fatte, quegli stereotipi, quelle banalità sui burqa e sulla cultura “diversa” neanche con le colleghe; anzi a lasciarle cadere se formulate da altri.

Ecco, veri rispettosi si può diventare dopo non esserlo stati. Con la presa di coscienza del processo di cui tu stessa sei artefice.

Tutto ciò mi ha permesso piano piano di andare davvero verso.

Di tenere sempre saldissimo il timone sull’obiettivo. Un obiettivo. L’unico. Il solo: il bene del bambino. Di ogni bambino. E così diventi anche una mediatrice, e così impari a non impaurirti se un bambino ti dice che sei una stronza. A chiedere scusa. E così impari ad attendere tempi, capacità. Fiducia.

Già fiducia. La do, se voglio averla. Ma bisogna darla davvero. Bisogna liberarsi di quei trucchetti di bassa lega che non sono degni di essere usati da dei formatori.

E ora si parte.

Davanti a me un bambino straniero e non ho che il sorriso e col tempo forse, se me lo permetterà, le carezze: due grandi mezzi. Io fra le sue esigenze e quelle della scuola, ambedue da tenere di conto.
Tutti però si aspettano “l’integrazione” del bambino cioè quella cosa che lo induce a diventare simile a noi senza avere gli stessi privilegi. Complici inconsapevoli le “mediatrici culturali” che sono ridotte a semplici traduttrici di norme e regole?

Oppure questa integrazione potrebbe essere un processo di osmosi tale per cui anch’io, anche noi ci lasciamo contaminare, apprendiamo delle cose? Questo, inevitabilmente avverrà volenti o nolenti; noi tutti nella società saremo contaminatori e contaminanti come è sempre successo.

Sarebbe però opportuno che già la scuola riuscisse a travalicare certe tecniche asettiche, che non vanno certo eliminate bensì usate.

Chiedendoci sempre però se tali tecniche aiutino a “conoscere” o a “costruire” l’altro.

E poi la famiglia. Il triangolo deve funzionare. DEVO assolutamente mettermi in contatto senza impaurirli dapprima, senza lasciare che siano loro a condurre il gioco subito dopo. Talvolta per certe famiglie (comprese quelle italiane) la scuola finisce con la campanella.
C’è da lavorare…insieme. Darò tutta la mia possibile disponibilità perché mi diano la loro. Con tenacia, non con testardaggine. Se riceverò dei rifiuti saprò aspettare e tenterò un’altra via. Ricercherò il coinvolgimento in attività extrascolastiche il sabato, la domenica. Mai mi trincererò dietro un “…se non interessa a loro”.

Questi bambini diventeranno italiani oltre che….”esi”; sono già italiani, vogliono esserlo, vogliono essere anche italiani.

Per far sì che ciò avvenga abbiamo da imparare l’italiano insieme: un compito importante che sarà motivo di studio e di revisione anche da parte mia.

Lo vedo l’accadente negli occhi che guizzano quando cominciamo a capire, li vedo i gesti più sicuri di chi comincia a formulare frasi.

Ho nelle orecchie gli applausi spontanei della classe che si meraviglia nel sentir leggere il compagno per la prima volta. L’abbiamo aspettato tutti insieme.

Malgrado la scarsità di risorse di tutti i tipi, malgrado classi che scoppiano di alunni: impareremo.