La comunicazione non violenta: parole come carezze non come pugni

17 novembre 2020 di Ilaria Pala

Premessa:

Generalmente, la comunicazione non violenta, si può definire come una forma comunicativa strategica, applicabile in contesti personali, sociali e lavorativi, utile a mediare e poi a risolvere conflitti in corso, utilizzando varie modalità non riconducibili alla violenza fisica e verbale, scegliendo di conseguenza la via della NON VIOLENZA, anche se, come vedremo più avanti, è molto di più di questo.

La non violenza, consiste nell’adottare un atteggiamento positivo che sostituisce gli atteggiamenti negativi che delle volte sovrastano noi stessi e la situazione.

Certe volte, quando ci si trova in situazioni che implicano dei conflitti, che sia in contesti lavorativi o personali, la tendenza è agire in modo egoistico, pensando dunque esclusivamente all’agire in funzione dei propri bisogni e necessità, credendo che questa sia la scelta migliore da fare, per sé stessi e per risolvere il conflitto.

Ora, provate a immaginare questa situazione: Siete un direttore/direttrice di un’orchestra sinfonica e dovete far sì che ogni strumento suoni le note giuste per creare la sinfonia. Cosa succederebbe se, ogni musicista seguisse il proprio volere e cambiasse le note, suonando quel che più lo aggrada? Esatto, la melodia sarebbe compromessa.

In situazione di conflitto dunque, è necessario smettere di pensare in modo individualistico, mettendo in pratica i precetti della comunicazione non violenta, che aiuteranno a migliorare noi stessi e la società in generale.

Marshall B. Rosemberg: I precetti fondamentali della comunicazione non violenta.

Quando si parla di comunicazione non violenta, il primo professionista a cui si fa riferimento è Marshall B. Rosemberg: è stato un importante psicologo clinico, direttore dei servizi educativi del The center for nonviolent communication, un’organizzazione internazionale che offre ancora oggi dopo la sua morte nel 2015, seminari sulla comunicazione non violenta.

Il testo più importante scritto da Marshall sulla comunicazione non violenta è:


Le parole sono finestre, oppure muri- introduzione alla comunicazione non violenta.”

In questo volume, Marshall sostiene che una comunicazione di qualità, con se stessi e con gli altri, è ad oggi, una delle competenze più preziose.

La comunicazione non violenta si basa su abilità di linguaggio e di comunicazione che rafforzano la  capacità di rimanere umani, anche in condizioni difficili.

Il suo scopo principale è quello di far ricordare che gli uomini sono esseri sociali, fatti per relazionarsi tra loro, aiutando così a vivere in un modo che è poi la manifestazione concreta di questa necessità.

La comunicazione non violenta ci guida nel ripensare le modalità mediante cui si esprime sé stessi senza dimenticare di ascoltare gli altri: ci si esprime liberamente rispettando allo stesso tempo gli altri, con attenzione ed empatia, ascoltando i nostri bisogni profondi, uniti a quelli dei nostri interlocutori percependo in nuovo modo la relazione.

 Secondo Rosenberg, la comunicazione non violenta promuove l’ascolto e non lo scontro: il rispetto, attenzione ed empatia generano un bisogno reciproco di dare amore non pensando alla violenza o ad uno scontro verbale e fisico.

Non si parla dunque esclusivamente di un processo di comunicazione, o di un linguaggio di empatia, la comunicazione non violenta è di più: essa sollecita continuamente a concentrare la nostra attenzione su un piano diverso, dove è più probabile che si ottenga quel che si sta cercando.

Rosenberg intende la comunicazione non violenta come un modo per focalizzare la propria attenzione in modo tale che si accenda la luce della consapevolezza sui luoghi che hanno il potenziale di portare esattamente a quello che si sta cercando in quel momento; usando le parole stesse dello psicologo:


“Quello che desidero nella mia vita è l’empatia, uno scambio continuo tra me e gli altri basato su un reciproco darsi dal cuore”.

Come applicare la comunicazione non violenta: le quattro componenti principali.

Secondo Rosenbeg, per applicare correttamente la comunicazione non violenta e per arrivare ad un desiderio reciproco di “dare dal cuore”, si deve focalizzare la propria consapevolezza su quattro aree specifiche che si identificano come le quattro componenti principali della comunicazione non violenta.

Sono:

  • OSSERVAZIONE: In primis, occorre osservare una data situazione o persona senza introdurre alcun giudizio o valutazione. Si dice semplicemente quello che gli altri stanno eseguendo in quel dato momento senza introdurre commenti personali.
  • SENTIMENTI: Solo in questo secondo momento si afferma quel che l’osservazione ha scaturito a livello personale, come ci si è sentiti osservando questa situazione, se tristi, felici o anche spaventati.
  • BISOGNI: Nel terzo passaggio, si verbalizzano i bisogni personali emersi collegandoli ai sentimenti e alle emozioni precedentemente descritte.
  • RICHIESTE: Nel quarto e ultimo passaggio si dichiara e specifica la propria richiesta, ossia quel che si vuole dall’altra, o altre persone coinvolte, un elemento che potrebbe arricchire la propria vita.

Parte della comunicazione non violenta, consiste nell’esprimere queste quattro componenti in modo chiaro, verbalmente o in forma scritta.

Un secondo aspetto della comunicazione non violenta riguarda invece la ricezione delle medesime informazioni da parte delle altre persone coinvolte nel processo comunicativo: tutti devono seguire correttamente il procedimento, così che si abbia un’osservazione comune della situazione, un’espressione sincrona dei propri sentimenti e successivamente dei propri bisogni e delle richieste personali, arrivando a comprendere come risolvere un eventuale conflitto in corso e alle modalità con cui si può arricchire a vicenda la propria vita.

E’ importante sottolineare che, tutte le persone coinvolte in questo processo debbano esprimere onestà nella pratica dei quattro componenti ( ad esempio una persona dovrà essere onesta nella verbalizzazione dei propri sentimenti, altrimenti sarà introdotto nel processo comunicativo una componente falsata) e successivamente ricevere con empatia tutte le informazioni ricevute con il procedimento.

La comunicazione violenta: tutto quello che non si deve fare.

L’empatia, è una condizione umana importantissima, che assume la stessa importanza anche nel campo della comunicazione non violenta. Occorre dunque preservarla, riconoscendo a pieno, per poi evitare di utilizzarle, forme comunicative tossiche per l’empatia stessa e per la comunicazione non violenta.

Secondo Rosemberg, queste forme di linguaggio e di comunicazione sbagliate sono:

  • I GIUDIZI MORALISTICI: Questo tipo di comunicazione aliena dalla vita, perché i giudizi moralistici, perché essi implicano il torto o la cattiveria di quelle persone che non agiscono in armonia con i nostri valori.

Ad esempio, se si dice ad un’ altra persona “Il tuo problema è che sei troppo pigro, non hai voglia di fare niente” la si incolpa, etichetta, insulta, la si critica e in modo implicito la si mette a paragone con altri. Tutti questi giudizi messi attivati faranno sì che la forma di comunicazione adottata non potrà essere non violenta, perché i precetti fondamentali di quest’ultima non sono stati eseguiti, tanto meno l’empatia non potrà essere messa in pratica da una persona che si è sentita giudicata in questo modo.

  • FARE PARAGONI: Un’altra forma di giudizio è l’uso di paragoni. Non appena si comincia ad equiparare una persona ad un’altra, è quasi certo che una delle due o entrambi saranno infelici.

Facciamo un esempio: Un bambino della scuola materna che ha avuto comportamenti non adeguati al contesto, La maestra, lo riprende a fine giornata davanti a tutti la classe dicendo che lui non è stato un bravo bambino, paragonando lui agli altri compagni che invece hanno seguito le regole.

Quali potranno mai essere le conseguenze di queste affermazioni della maestra? Certamente il bambino si sentirà mortificato e giudicato negativamente, si sentirà sbagliato rispetto ai compagni di classe.

Anche in questo caso, è ben chiaro che  e i precetti della comunicazione non violenta siano venuti meno e che una risposta empatica non sia eseguibile in date circostanze.

  • NEGAZIONE DELLE PROPRIE RESPONSABILITA’: Un altro tipo di comunicazione che aliena dalla vita è la negazione delle responsabilità. Questa offusca la consapevolezza del fatto che ciascuno sia responsabili dei propri pensieri, sentimenti e azioni. Un esempio eclatante è quel che si verifica quando si pronuncia la frase: “ Ci sono cose che si DEVONO FARE, è così e basta”. Ecco, con quel “ SI DEVE”, si oscura la responsabilità personale delle proprie azioni, perché ci si sente obbligati nell’eseguire un data azione, togliendo anche la libertà di pensiero e di libera scelta riguardo alla possibilità di compierla o no.

Anche questa, è identificabile come una forma violenta di comunicazione, alla quale occorre privilegiare un linguaggio che implica una possibilità di scelta e in cui si è responsabili delle proprie scelte.

Conclusione:

In questa breve panoramica della comunicazione non violenta, è emerso che essa non obbliga ad essere completamente obiettivi e ad abolire ogni giudizio, chiede di separare le osservazioni dalle valutazioni personali ( questo è un passaggio fondamentale per chi svolge un ruolo educativo).

La comunicazione non violenta è un linguaggio di processo che scoraggia, scrive Rosenberg, le generalizzazioni statistiche e ci invita a fondare le valutazioni su osservazioni specifiche per quanto riguarda il tempo e il contesto.

Tutto quello che è stato scritto fino ad ora, si riassume in queste meravigliose parole di Rosemberg:

Posso sopportare che tu mi dica

Quello che ho fatto e quello che non ho fatto.

Posso sopportare le tue interpretazioni.

Ma ti prego di non confondere le due cose.

Se vuoi complicare qualsiasi questione

Ti posso dire come puoi fare:

Confondi quello che faccio

Con il modo in cui tu reagisci.

Dimmi che sei frustrato

Per i lavori che non porto a termine

Ma chiamarmi irresponsabile non è certo un modo per motivarmi.

E dimmi che ti senti triste

Quando dico di no alle tue proposte,

Ma dirmi che sono freddo e insensibile

Non aumenterà le tue possibilità.

Sì, posso sopportare che tu mi dicaQuello che ho fatto e che non ho fatto.

E posso sopportare le tue interpretazioni.

Ma ti prego, non mescolare le due cose.

Quello che ho fatto e quello che non ho fatto.

Posso sopportare le tue interpretazioni.

Ma ti prego di non confondere le due cose.

Non mescolate le due cose ma osservate e non valutate.

BIBLIOGRAFIA: Rosemberg B. Marshall; Le parole sono finestre, oppure muri. Introduzione alla comunicazione non violenta. ;Esserci edizioni 2020.

Fantastica-mente

3 novembre 2020 di Ilaria Pala

 L’IMPORTANZA DELLA STIMOLAZIONE LA FANTASIA E DELLA CAPACITA’ CREATIVA NELL’INFANZIA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS.

Premessa:

Con il termine fantasia, s’intende la capacità di rappresentarsi enti, situazioni e figure non presenti a livello censitivo; è un’abilità creatrice collegata strettamente al pensiero.

Con la fantasia, il bambino riesce a capire avvenimenti, fatti e circostanze della vita quotidiana trasformando la realtà in avvenimenti immaginari piacevoli.

Attraverso la fantasia, si sperimenta il processo emozionale, cognitivo che allena il problem solving: la capacità di analizzare situazioni problematiche per individuare e mettere in atto la soluzione migliore.

I giochi, in questo frangente, contribuiscono allo sviluppo emotivo del bambino, e la creatività in essi può esprimersi in diversi modi, perché essa è da considerare come un vero e proprio modo di pensare e può essere allenata, sviluppata e stimolata anche dall’ambiente.

Coltivare l’immaginazione come si farebbe con una bellissima piantagione di girasoli, equivale ad aiutare il bambino a sviluppare una flessibilità mentale che gli sarà utile per diventare un adulto emotivamente consapevole di sé, capace di comunicare le proprie emozioni e sensazioni.

Questi fattori, già importanti a priori, assumono un nuovo fondamentale ruolo nella situazione odierna, perché

i bambini stanno imparando nuove modalità di gioco e di relazione “imposte” da regole e vere e proprie leggi non violabili: quelle legate alla sicurezza e alla salute di tutti.

Oltre dunque a un importante aiuto psicologico ove richiesto per aiutare in bambini con evidenti difficoltà, ansia da prestazione nelle attività, difficoltà nel sonno, rifiuto parziale del cibo, ansie legate alla cura di sé; occorre trovare dalla pedagogia dall’ educazione tutto l’aiuto possibile, strutturando attività, laboratori, progetti incentrati su obiettivi che aiutino i bambini a imparare a superare le loro paure e a convivere la situazione odierna, scoprendo, o in alcuni casi, riscoprendo una facoltà importante: la fantasia.

Il metodo Bruno Munari: la creatività come antidoto all’apatia.

Per aiutare la stimolazione della fantasia e della capacità immaginativa nel bambino,  si comincia creando setting in cui i bambini siano liberi di creare, giocare e divertirsi liberamente, uno spazio sicuro dove potersi esprimere liberamente, le idee non vengono proposte dall’educatore, esse nascono dalla sperimentazione secondo il principio didattico “ non dire cosa fare ma come”.

In questo modo i bambini imparano a diventare indipendenti risolvendo in autonomia i problemi.

Questo precetto, è una delle basi del metodo di Bruno Munari, grande designer, artista e pedagogo  intuitivo.

Per lui, il laboratorio è un luogo di creatività e conoscenza, di sperimentazione e scoperta, ma soprattutto di autoapprendimento attraverso il gioco: è in sostanza il setting dal “fare per capire” in cui si costruisce il sapere. E’ luogo d’incontro educativo, formazione e di collaborazione tra i bambini stessi e l’educatore, in cui si sviluppa la capacità di osservare con le mani e con gli occhi per imparare a guardare la realtà.

 Un metodo basato sul fare dunque, nel quale tuttavia il bambino deve esercitare  quattro facoltà, che secondo Munari, permettono di sviluppare concretamente la capacità creativa.  Esse sono:

Fantasia: facoltà libera e indipendente che permette di pensare anche alle cose più assurde e impossibili, a quello che non c’era e che era ritenuto irrealizzabile.

Invenzione: facoltà che permette la realizzazione di un qualcosa di utilità pratica all’uomo accantonando il lato estetico (sostanza e praticità versus forma).

Immaginazione: Capacità di rendere visibile quel che la fantasia, invenzione e creatività pensano.

Creatività: Facoltà che permette di realizzare tutto quel che prima non c’era in modo essenziale e globale. E’ un’applicazione della fantasia che deve tenere conto degli elementi concreti dei problemi della sua realizzazione. Nella realizzazione del prodotto, è tenuto conto dell’estetica.

Per stimolare la creatività intesa come unione delle facoltà di fantasia ed invenzione, è necessario esercitare tutte queste, così che si possano creare relazioni e connessioni tra fantasia, conoscenza e realtà, relazioni inedite tra cose che esistono già e cose che non si vedono ma che sono immaginabili.

Così, la creatività è una facoltà fondamentale per il ben vivere, ben prima che i bambini e poi negli adulti, per questo deve essere esercitata nell’infanzia.

Per Munari, un adulto senza creatività, è una persona incompiuta e omologata, come un ingranaggio di una catena che si muove e compie azioni esattamente come i suoi simili prima di lui.

Un adulto non creativo, sarà dunque incapace di risolvere ed affrontare i problemi in autonomia, arrivando a chiedere ad altri un aiuto per farlo.

Creatività e plurisensorialismo: come funziona un laboratorio Bruno Munari

Un laboratorio Bruno Munari è un luogo di creatività e conoscenza, dove si gioca con l’arte e nel quale si stimola la creatività e progettualità del bambino.

La creatività di cui si parla è una qualità speciale dell’intelligenza, è ricerca dell’essenziale. Munari spiega che, così come l’artista è in costante ricerca delle condizioni che favoriscono la fantasia e la creatività, occorre fare in modo che il bambino memorizzi più dati possibili: la fantasia infatti nasce da relazioni che il pensiero stabilisce tra le cose che conosce. Bisogna aiutare i bambini a rimuovere gli stereotipi, stimolando e ampliando la loro conoscenza plurisensoriale..

Gli operatori, durante il laboratorio non parlano quasi mai, piuttosto “fanno“, stimolando la curiosità dei bambini che subito vogliono provare a fare: ed ecco che il bambino imita l’adulto.

Compito degli operatori, dice Munari è:

Dare ai bambini tutte le informazioni di tipo tecnico, sul come si fa a fare, senza dare loro temi già predisposti dagli adulti.

Non bisogna dare ai bambini un metodo, perché è giusto che si creino loro un proprio modo di fare. L’adulto può invece creare un setting ricco e stimolante, con ad esempio cartelloni colorati che forniscano informazioni visive relative all’argomento che s’intende esplorare. Un adulto che diventa una sorta di regista per guidare i suoi attori.

La comunicazione con i bambini deve essere ricca di indicazioni precise: invece di tante spiegazioni è preferibile utilizzare esempi visivi e con “azioni gioco”; con il gioco, dice Munari, il bambino partecipa globalmente, mentre se ascolta si distrae perché continua a pensare ad altre cose.

Il gioco strutturato poi, ha delle regole da rispettare, dice Munari: “ Ogni gioco ha le sue regole, il mio metodo insegna a rispettarle ma anche a trasgredirle permettendo così alle varie personalità di realizzare le loro varianti e quindi a fare agire le varie creatività”.

Uno dei punti di partenza per lo sviluppo del pensiero creativo è dato dalla consapevolezza della conoscenza plurisensoriale insita nei più piccoli: i bambini sono sperimentatori innati che cercano ed esplorano, sperimentano attraverso il gioco stesso, imparano e memorizzano.

Questi principi sono alla base della missione di Munari: progettare strumenti di gioco capaci d’aiutare i bambini a non smarrire il loro originario senso di curiosità verso il mondo.

Il sogno di Munari, riguarda la creatività diffusa come antidoto all’apatia sociale, che oggi potrebbe riguardare le nuove difficoltà dei bambini a ritornare al gioco e alla vita sociale di prima, promuovendo strumenti e giochi capaci di aiutare i bambini a non smarrire il loro originario senso di curiosità verso il mondo.

E l’educatore, per fare questo, ma ancor prima l’adulto, deve secondo Munari, far permanere in sé: la curiosità di conoscere, il piacere di capire e la passione di comunicare e condividere.

Occorre aiutare i bambini a non perdere la loro curiosità verso il mondo, non dicendogli cosa fare ma come farlo, stimolando ancora una volta la loro sperimentazione e voglia di conoscere, anche ad un metro di distanza e con una mascherina indosso.

Bibliografia:

Munari Bruno., Fantasia,Editore Laterza.,2017

Beba Restelli., Giocare con tatto., edizioni Franco Angeli, Le Comete., 2002

Cronache di un centro estivo

29 agosto 2020 di Silvia Capello

Oggi voglio raccontarvi del centro estivo.

Perché mai avrei pensato di sedermi sul divano e scrivere di bimbi e di storie, di magie e di vite vissute pulendo nasi gocciolanti, ridendo e consolando  loro e i piccoli, grandi drammi.

 Per questo lo faccio, perché non l’avrei mai fatto prima.

Per rispetto delle loro piccole identità, assegnerò loro una lettera al posto del nome.

“A”.

“A” è un bambino davvero intelligente per la sua età; spicca accanto agli altri, si interessa di tutto e assorbe le nozioni come una spugna.

E’ un po’ timido a volte, ma una volta che abbattuto il muro della timidezza, si rivela un’anima davvero nobile, altruista e dolce.


Ha gli occhi tondi tondi scuri, che sorridono di dolcezza, miele puro.

Dice sempre cose buone e non fa mai male a nessuno. Sempre a difesa degli altri mostrando le sue buone ragioni,spiegando ai bambini cos’è giusto. Il tutto con una gran delicatezza; non si mette in mezzo, sta spesso in disparte e pensa tantissimo,si perde nei suoi pensieri e sparisce per un po’. Costruisce cose, disegna,scrive, legge ad alta voce.

E’ il bambino che ha pensato di far ridere gli altri mettendosi le mutande sopra i pantaloni, rimanendo così tutta la mattina, spiegando  agli altri come ha fatto,mostrando questa nuova moda.

E’ un leader autorevole che con i sorrisi e le carezze viene seguito fino in capo al mondo.

Noi lasciamo fare, perché loro si divertono, ridono, son proprio belli.  Non mi penserei mai di sgridare un bambino per aver messo le mutande sopra i pantaloni.

Beato divertimento, le risate sono il carburante della vita.

Lui è innamorato di “G” e le rivolge tutte le attenzioni del mondo. Chiede sempre di lei, le porta l’asciugamano, se ne prende cura come un dolce marito in vecchiaia. Lei ricambia con i suoi sorrisi e i silenzi infiniti.

“A” anche quando perde non si intristisce mai, non che sia un grande sportivo eh, fa il suo, gioca, ma se perde non porta rancore . E’ l’unico che ha la maturità di saper perdere divertendosi. Fa discorsi da adulto, a lui non devi parlare cercando di convincerlo di una cosa, perché è davvero sveglio e ti legge dentro. Vale la pena essere sinceri e accondiscendere a questa realtà che lui richiede. Detto fatto.

Ti rendi proprio conto che è un bambino come gli altri perché è  il dormiglione del gruppo: dopo pranzo sviene letteralmente in qualsiasi posto si trovi. Che sia la sedia a tavola, che sia l’asciugamano sul prato. Dopo pranzo si dorme. Punto.

Si avvicina al tavolo delle “maestre” , partecipa per due secondi e sviene.  Sta scomodo sulla sedia, allora di solito mi dorme in braccio, a peso morto, mortissimo. Dorme come un sasso, che posso portare in giro per tutto il giardino per poi adagiare sul prato, dove finalmente può rilassarsi del tutto e godersi il suo meritato riposo. Ovviamente veglio sempre su di lui, gli lascio il mio asciugamano che è più grande, così dorme comodo. Io sto seduta sul suo, dal quale mi escono mezze gambe. Ma va bene così, questo e altro per il riposo del mio topino.

Poi voglio parlare di “F”, che come tanti altri mi ha rapito il cuore.

F.

“F” è un bimbetto alto come un soldo di cacio e

con un sorriso che va da orecchio ad orecchio.

Porta gli occhiali e al momento gli mancano i due incisivi superiori ed uno inferiore. A detta sua è bruttissimo, ma io penso che sia come un personaggio dei cartoni animati, di una dolcezza unica, ed è bellissimo ai miei occhi.

“F” è una personcina proprio buffa, con una vocina che pare sia sempre fioco, specie quando fa gli acuti. Gli scivola la “s” a causa della finestra sul mondo che ha in bocca. Usa i plantari ai piedini e può indossare solo scarpe particolari; questo lo limita molto,perché spesso gli vengono  delle vesciche fastidiose e non può correre. E lui ama tantissimo correre!!

Al momento gli sto insegnando a fare la ruota e lui vorrebbe imparare ogni segreto del mondo! Vuole conoscere tutto, saper fare tutto e ci prova con una determinazione invidiabile.

E’ uno di quei bambini che non sopporta la frustrazione, che si avvilisce e si arrabbia quando sbaglia, va tutto in crisi, non ne esce. Per lui ogni errore è una catastrofe insormontabile,un ostacolo per la vita. Si mette le mani tra i capelli,impreca in calabrese, mette un broncio che gli arriva fino alle ginocchia, e gli occhi gli si riempiono piano piano di lacrimoni che gli bagnano il mento. Ma è un tipo che si lascia facilmente consolare, che ricerca un abbraccio o una carezza, che ama il contatto fisico in tutta la sua tenerezza ed innocenza. Ti guarda dal basso con quegli occhi di sole e allegria, si tira su il morale anche da solo, una volta che gli si fa vedere che il mondo, affrontato assieme fa meno paura;  si impegna nelle cose, mamma mia se si impegna! Ti chiama “ maestra”, ti dice che è riuscito a fare una cosa, che ha abbattuto il suo ostacolo ed è più forte di prima. Brilla tutto, non sta fermo, è elettricità, corre con la sua andatura buffa, mi viene a prendere la mano e la sua sparisce nella mia. Una manina un po’ appiccicosa, un po’ sporca , che racchiude il segreto della felicità del mondo in una stretta , un patto di fiducia non scritto. L’origine di tutto il bene.

“F”  è un bimbo che spesso si addormenta ascoltando le fiabe e l’altro giorno,rimasto assopito mentre gli altri bambini erano tornati a giocare, l’ho svegliato pian pianino per non fargli perdere il divertimento del pomeriggio. Si è destato  con la fatica di un eroe alla domenica mattina, non riusciva a tenere la testa su e mi ha teso le braccia al collo, con gli occhi ancora socchiusi.  Io, che mi sciolgo per queste cose, me lo sono preso in braccio stretto stretto, cullandolo in questo suo dormiveglia. Lui ha abbandonato la testolina sulla mia spalla, le braccia rilassate e si è appisolato.


In questa stretta così tiepida, piena di emozioni e profumo di cucciolo

mi sono resa conto che i bambini sono le persone migliori del mondo, che lui mi conosce da soli tre giorni e che mi ha affidato il suo sonno senza pensarci due volte. E mi domando come si possa fare del male ad una creatura così pura e genuina, ad un’anima che brilla in questo modo.  Perché agli occhi di un adulto può sembrare normale, ma non vorrei mai perdere di vista che noi li guardiamo, ci parliamo, a volte diamo loro per scontati, e comunque siamo e saremo il loro punto di riferimento, di fiducia. E loro sono bambini, nient’altro che meravigliosi bambini e noi dobbiamo prenderci cura di loro in quanto adulti e dar loro il nostro 100% sempre; è una nostra responsabilità far vedere che il mondo è bello, meraviglioso ed insegnare come viverci.

“F” mi ha rubato il cuore.

Il racconto di Rashid

03 luglio 2020 Federica e Rashid

Ringraziamo Rashid che tramite una breve intervista ci racconta della sua esperienza in Italia

Questa è la storia di Radhid arrivato dal Kashmir per salvare la sua vita da chi voleva conquistare il suo paese.

Come ti chiami e quanti anni hai?

Mi chiamo Rashid e ho 36 anni

Da dove vieni?

Vengo dal Kashmir

Cosa facevi in Kashmir e come mai hai deciso di affrontare questo viaggio per venire in Italia? Se non te la senti non rispondere

Lavoravo in un’organizzazione per la liberazione del Kashmir, ho deciso di venire in Italia perché c’erano  problemi con il governo pachistano per via della mia organizzazione e la mia vita era in pericolo.

Puoi raccontarmi un po’ com’è andato il viaggio fino in Italia e come lo hai affrontato?

È molto difficile,  ci sono stati molto rischi per la mia vita. Io sono stato molto fortunato, sono riuscito ad arrivare in Italia, durante il viaggio ho visto la morte tante volte davanti ai miei occhi.

Ho fatto il viaggio a piedi, ho camminato tanti chilometri e ho anche attraversato il mare con una barca che si è ribaltata.

Com’è stata l’accoglienza in Italia?

Quando sono arrivato a Udine in stazione, la croce rossa mi ha dato il benvenuto con biscotti, vestiti, caffè, lenzuola, mi sono sentito bene.

Sei stato ospite nella caserma Cavarzerani e poi sei stato trasferito. Com’è stata la tua esperienza nel progetto? Come passavi le tue giornate?

Nel marzo 2017, quando ho sentito che mi trasferivano in un altro progetto, ero preoccupato. Pensavo che mi mandassero in montagna, ma quando mi hanno detto che sarei andato a Udine, in città, ero contento.

Ricordo ancora il giorno quando ho lasciato la Cavarzerani, sono venuti gli operatori di Aracon (la cooperativa) a prenderci. Non conoscevo la cultura italiana, perchè non potevo uscire dalla caserma, ero sempre chiuso dentro.

Quando sono andato in Aracon, ho imparato tante cose. Ero sempre felice, era diventata la mia famiglia.

Avevo due operatrici brave, a volte litigavamo perché non ci capivamo, loro non capivano me e io non capivo loro.

Ma adesso che sono fuori dal progetto, ho capito che loro avevano ragione. È importante andare a scuola, fare un corso, imparare l’italiano.

Aracon e l’Italia mi hanno dato molto. Io mi chiedo?
Cosa ho dato io all’Italia?.

Finito il progetto che cosa hai fatto?

Quando ho finito il progetto SPRAR, ho iniziato a cercare lavoro, mi sono fermato per un po ‘, poi ho ottenuto un lavoro in un progetto che sto continuando tutt’oggi. È un buon lavoro.

Che aspettative avevi quando sei partito dal Kashmir? Era come ti immaginavi venire in Italia?

No, quando ho lasciato il Kashmir, non pensavo di rimanere in Italia, pensavo di poter andare da mio fratello in Inghilterra.


Mi sono innamorato dell’Italia e mi sono fermato qui.

Cosa ne pensi della cultura italiana? Ti senti integrato?

Mi piace molto la tua cultura e dico sempre alle persone che se tutti tenessero le menti aperte avrebbero successo ovunque.

Il ricordo più bello dell’Italia?

Il mio ricordo più bello è di aver conosciuto l’amore e di essermi innamorato per prima volta di una ragazza italiana che è onesta, sincera e gentile, aiuta tanto gli altri. Io amo lei, ma non so se lei ama me. Per tutta la vita mi ricorderò di lei.