di Isotta Orlando

Ma cosa fa un’educatrice tra le sbarre?

L’ educatrice della Medicina Penitenziaria si occupa della gestione dei singoli casi e delle richieste fatte dai detenuti spesso inerenti la burocrazia. Da quando il cappellano del carcere ha dovuto per problemi di salute abbandonare il suo posto in prima linea, molta della burocrazia che seguiva viene ora gestita dall’educatrice.

Le richieste dei detenuti sono varie e vanno dall’ aiuto nella compilazione dei documenti per il riconoscimento dello stato di famiglia al rinnovo della patente, uno dei punti cruciali dell’educatore è il riuscire a fare da ponte tra uffici ed istituzioni esterne e l’istituzione del carcere.

Così nelle ore in cui l’educatrice è in carcere prende in consegna le varie richieste e una volta fuori inizia la coda infinita davanti agli sportelli dei diversi uffici, la litania di telefonate ai Comuni e ai patronati dove molto spesso appena scoprono che lavora per il carcere le richieste vengano rimpallate da una parte all’ altra senza che nessuno dia una risposta concreta alla problematica, venendo spesso trattata come se fosse lei stessa una carcerata.

Tra una fila alle poste per un vaglia da spedire a detenuti espulsi contenente il loro ultimo stipendio e una coda negli uffici del comune per il rinnovo della carta d’identità mi sono chiesta quale fosse la ragione di tutto questo prodigarsi, la risposta mi sarebbe arrivata poco dopo proprio durante i primi colloqui con i detenuti, l’ educatrice usava come una scusa per iniziare una relazione e creare un rapporto di fiducia tutta la burocrazia, e grazie a questa impostare un dialogo educativo basato sulle risposte concrete alle necessità dei detenuti e una volta ottenuta la fiducia riuscire a sviluppare anche argomenti più strettamente legati alla sua professione. E proprio così è riuscita ad agganciare diverse persone che anche una volta uscite dal carcere hanno mantenuto con lei il dialogo.

Non sempre però la sua funzione viene riconosciuta, soprattutto tra i detenuti italiani che hanno già una propria rete di supporto fuori è difficile per l’educatrice riuscire ad instaurare una relazione costruttiva.

Le difficoltà all’ interno del carcere sono molteplici e l’educatrice della Medicina Penitenziaria le conosce da vicino attraverso i colloqui svolti assieme ai detenuti che fidandosi di lei le raccontano le complicazioni della loro vita quotidiana.

Molte di queste derivano dal sovraffollamento, oltre alla gestione della quotidianità in spazi molto ristretti che incide spesso sull’agitazione e aggressività generale che culmina, soprattutto all’interno della sezione del giudiziario, in svariate risse e colluttazioni.

Legata al sovraffollamento c’è la difficoltà a trovare un lavoro, ci sono lunghi tempi di attesa per trovare un’occupazione all’ interno delle mura del penitenziario e i soldi sono una necessità per i carcerati sia per poter vivere dignitosamente all’ interno del carcere dove ogni extra costa molto più che all’ esterno ma anche per contribuire al mantenimento delle loro famiglie all’ esterno.

Il lavoro intramurario segue una turnazione che dovrebbe permettere a tutti i detenuti che ne fanno richiesta di avere un’occupazione ma questo non basta perché nei periodi di maggior affollamento le richieste sono molto maggiori rispetto alle mansioni proposte e solo pochi possono avere l’opportunità di svolgere un lavoro al di fuori delle mura del carcere attraverso le proposte di cooperative ed associazioni.

Tra le altre problematiche della vita carceraria è impossibile non citare gli episodi di autolesionismo, cardine dell’equipe settimanale assieme alla prevenzione suicidaria, questi eventi, pur non seguendo un andamento costante, ed essendo quindi imprevedibili, sono sempre presenti con diversi tassi di incidenza a seconda del periodo.

Nella maggior parte dei casi questi gesti, in genere tagli superficiali, sono più che altro dimostrativi, legati a domande dei detenuti come l’aumento della terapia o ad altre richieste difficili da esaudire, come il trasferimento in istituti più vicini alle famiglie. In ogni caso tutte le persone vengono attenzionate e messe sotto osservazione per un periodo perché anche se solamente dimostrativo o funzionale un gesto simile è comunque indice di profonda sofferenza ed incapacità di affrontare le difficoltà quotidiane.

Tra le sbarre

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